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Italia. Tutto esaurito?

Qualche anno fa uscì un saggio interessante sull’Italia. Interessante per due motivi. Il primo perché scritto, come da tempo molto spesso accade, da un non italiano dal momento che noi, italiani, siamo troppo presi dal nostro piccolo quotidiano per guardare quanto accade oltre il solito cortile di casa. Il secondo, perché l’autore affidava ad alcuni caratteri che dovrebbero contraddistinguere il nostro Paese la possibilità di dare un futuro, un orizzonte a cui volgere lo sguardo con possibile ottimismo per una nazione ancora ferma alla pubertà democratica.

Per Ginsborg, nel suo Salviamo l’Italia scritto poco prima del centocinquantesimo compleanno di una nazione politicamente e democraticamente giovane, sono proprio quei caratteri ritenuti causa della nostra fragilità che possono farci ancora sperare. L'esperienza dell'autonomismo locale, un convinto europeismo, una presa di difesa delle aspirazioni egualitarie e un certo ideale di moderazione nelle relazioni politiche sembrerebbero non essere ancora svaniti nelle intemperanze di un’Italia politicamene ed economicamente in affanno. Eppure, pur considerandoli caratteri su cui voler affermare la nostra peculiarità, e nei quali un po’ ognuno di noi vorrebbe riconoscersi, alla fine ci rendiamo conto che non sono sufficienti. Non sono sufficienti per dare credibilità ad un modello di nazione, o ad un sistema-paese se più piace, che si ritrova ostaggio di se stesso. Ostaggio di un buonismo che non è poi così virtuoso, dal momento che ha delegato il proprio destino ad una democrazia governata piuttosto che partecipata. Di una pretesa di riforma di un modello di decentramento politico-amministrativo che si vorrebbe depotenziare non perché non efficace costituzionalmente, ma solo perché chi avrebbe dovuto attuare le previsioni del costituente si è dimostrato inadeguato al compito.

Di un’idea post-liberista che archivia ogni memoria di esperienze politiche, sociali ed economiche che - per quanto sufficientemente distributive, nonostante gli sprechi e le comode ridondanze istituzionali e corporative – riducevano il divario tra cittadini più ricchi e cittadini più poveri. Un’idea che aumenta la distanza tra chi ha accesso alle opportunità e chi alla fine rischia di dover fare fagotto e approdare a lidi migliori. Un Paese che si divide tra chi ha un sentimento obiettivo della legalità - e pone il rispetto dei diritti e delle garanzie al di sopra della competizione politica - e chi si serve della legalità per manifestare, giustificare un proprio potere, un proprio ruolo o legittimare una propria funzione. In questa dimensione, che avrebbe ben ispirato un Kafka dei nostri tempi, ci mancava anche l’ultimo esercizio referendario. In un modello democratico perfetto l’uso del sistema referendario dovrebbe essere soprattutto strumento di pre-governo, laddove siano in gioco diritti o interessi diffusi sui quali sarebbe necessario conoscere preliminarmente l’opinione della collettività. Ed è singolare che in una democrazia se ne riconosca o se ne disconosca l’utilità propositivo-consultiva solo e soltanto laddove vi sia l’interesse dell’uno o dell’altro, al punto tale che sarebbe curioso il prossimo settembre vedere quanto, ad esempio, l’invito di ieri ad astenersi possa rendere politicamente corretto un pari invito al contrario avallando, così, una politica da due pesi e due misure.

Una condotta, quest’ultima, non nuova in politica interna come metodo, ma che in politica estera come in quella economica, rende altrettanto paradossale come quest’Italia da salvare viva un continuo psicodramma. Una rappresentazione di se stessa affidata secondo necessità al manifestare ciò che vuol essere, a ricordare ciò che è stata o a dichiarare ciò che vorrebbe essere, trovandosi alla fine con un timoniere distratto o senza timone, non volutamente ci si augura, cercando di navigare nelle pericolose acque del Mediterraneo piuttosto che perdersi nelle tempeste economiche dell’Unione Europea senza escludere, quale ultima boa, il ricorrere al tanto peggio tanto meglio. Se così fosse si dovrebbe dire che questa idea di nazione sia giunta ad un capolinea della sua breve storia, che abbia esaurito energie e proposte, voglia di vivere e di condividere. Che rottamando quanto si sarebbe potuto o si possa ancora salvare di ciò che l’ha unita, l’Italia, o chi per essa, alla fine stia rottamando se stessa.


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