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Liberazione o liberarsi? Riflessioni di un italiano “qualunque”

Riflessioni di un italiano Non interesserà a molti la mia opinione, ma a coloro che hanno continuato ad inviarmi auguri per il 25 aprile ho risposto che ero certo della necessità di un ricordo e li ho ringraziati. Tuttavia sono altrettanto certo che sia sempre più necessaria una riflessione più matura, concreta, obiettiva e sensata che metta da parte rischi di verità uniche, eviti unilaterali interpretazioni di un periodo storico che ha visto tutto il Paese sconfitto.

Credo che alla fine non si tratti solo di festeggiare una Liberazione quanto, forse, la necessità di liberarci di fantasmi della storia che ancora oggi dividono, si prestano a strumentalizzazioni o all’uso della paura per definire ancora una volta interessi di parte. Le tirannie del Novecento sono state il prodotto di una deriva ideologica che non ha risparmiato nessuno. Tirannie favorite da uno spirito egemonico di economie vincitrici di un conflitto mondiale, il Primo, che hanno ben pensato di non condividere un nuovo mondo, ma di rendere unica l’idea di mercato, del loro mercato. Il comunismo prima, il fascismo e il nazismo subito dopo hanno dettato le loro regole e le loro condizioni di vita. Ma se nazismo e fascismo sono crollati sotto il peso delle loro stesse improponibili - per quanto popolari, seguite e senza alibi per i puritani di oggi - idee totalitarie, il comunismo è riuscito a sopravvivere nella perfezione del suo modello populistico e pseudo-internazionalistico. Un modello che alla fine ha prodotto pari danni e pari se non più morti dei suoi ex alter ego.
 
Oggi credo che non dovremmo dimenticare nessuno dei crimini commessi siano essi fascisti, nazisti come quelli del comunismo, dei repubblichini come di quei partigiani che non hanno onorato il loro essere al servizio di un giusto riscatto e per un motivo: perché le guerre civili sono difficili da festeggiare perché esse rappresentano, comunque, la sconfitta di un popolo. Di quel popolo che prima ha sostenuto l’ascesa dell’uomo nuovo o del regime per poi manifestarne il disprezzo. La stessa Spagna post-franchista, con un animus di sinistra di certo non tenero, non festeggia la guerra civile, ma ricorda gli episodi senza modificarne la storia. E per un motivo. Perché nel ricostruire una nazione, un popolo sotto un’idea comune bisogna avere il coraggio di processare se stessi e guardare avanti. Continuare a dare letture unilaterali della storia tende a dividere ancora una volta gli italiani tra buoni e cattivi.
 
Una divisione del popolo che ha permesso ad una certa classe politica di costruire la propria legittimazione appropriandosi degli eroismi altrui bandendo, ad esempio, dalla storia della Resistenza, come ha fatto per decenni, il contributo di migliaia di soldati italiani ritenendo che le Forze Armate non fossero degne di essere ricordate perché prive di un colore politico. Io credo che la grandezza di un popolo risieda nel coraggio di guardarsi allo specchio per andare avanti condividendo tra fratelli fortune e sfortune. Il resto? Discorsi ineccepibili di chiara opportunità. Nessuno ha purezze ideali ed ideologiche da celebrare. Lo stesso Luigi Einaudi, liberale e Primo presidente della Repubblica dichiarò di aver votato al referendum per la Monarchia.
 
Così come, al di là delle rettifiche del caso, una Presidente della Camera fu tesserata al Partito Nazionale Fascista, anche se poi si ridefinì come stalinista convinta, insieme al suo compagno, che Stalin fosse la soluzione ai mali del mondo. Un compagno che abbandonò Gramsci al suo destino quasi come se i fascisti gli avessero fatto un favore eliminandogli un pericoloso, profondo, intelligente ed onesto intellettuale a lui concorrente. O come un recente ex Presidente della Repubblica che nel 1956 “democraticamente” sostenne l’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici. O un repubblichino, passato alla storia dei Nobel, approdato nel suo percorso ideologico alle prossimità comuniste con la compagna che sosteneva negli anni Settanta senza alcuna remora il terribile disagio carcerario dei terroristi con il suo “Soccorso Rosso”.
 
Tutto questo sembra non aver memoria come non ebbe memoria la resistenza “bianca”, quella dei cattolici o dei soldati. Una Resistenza quest’ultima dimenticata volutamente per anni e solo di recente rispolverata e celebrata per ri-legittimare chi non ha più argomenti per confrontarsi con serenità con le verità di un Pansa o con quelle della gente comune. Una verità nuova di nuovi ma importanti resistenti lasciati ai margini della storia repubblicana perché non obbedivano ad un disegno politico di potere, dimenticati da chi blindava all’interno di un mainstream storico ogni possibilità di racconto divergente. La Resistenza è un valore. Ma è un valore anche la Verità al di sopra del politicamente corretto e del politicamente opportuno. La Resistenza di colore oggi paga, ed è stato evidente anche nei risultati delle ultime consultazioni elettorali, il prezzo del disincanto, del coraggio e dell’autocritica di molti. In debito di ossigeno da verità storiche non più piegabili ad una visione monocolore, perché non può più nascondere anche crimini mai processati, forse oggi si dovrebbe avere la forza di rimettere il proprio animus su un cammino di sincerità e fratellanza per un’Italia che ancora viene divisa ogni 25 aprile.
 
La Resistenza, come mi disse un vecchio presidente di un’Anpi di provincia, fu fatta soprattutto da coloro che alla fine tornarono a lavorare e non da quelli che negli anni si attribuirono meriti altrui per finalità politiche. La Resistenza fu Cefalonia, i soldati che non fuggirono da Roma, la brigata partigiana Garibaldi, i carabinieri fucilati, i carabinieri morti alle Ardeatine per un attentato discutibile voluto dai Gap pur sapendo che gli alleati erano a poche settimane dal giungere a Roma. Un attentato condotto con lo scopo di far aumentare l’odio popolare pur conoscendo il bando nazista, convinti gli autori di fomentare una rivolta popolare che non ci fu. Un gesto di guerriglia che, pur volendolo fare senza andare oltre le possibili ragioni tattiche o magari strategiche della scelta, non vide i due attentatori consegnarsi ai tedeschi, se non per salvare quanto meno per condividere la sorte di 350 italiani che sarebbero stati fucilati per quel gesto. Ma non tutti furono dei Salvo d’Acquisto.
 
Oggi credo, da italiano qualunque ma, per favore, non qualunquista, che sia intellettualmente poco onesto tacciare di revisionista chi ha un’opinione diversa della storia raccontata da una sola parte senza guardarsi intorno, senza prendere contezza di un dramma di un popolo e senza, soprattutto, essere convinti che non esiste una Verità assoluta come non esistono modelli politici o ideologie che possano sopravvivere sopra e oltre l’uomo. Non credo che Ernst Nolte si sbagliasse nel definire il periodo compreso tra il 1914 e il 1945 come il tempo della guerra civile europea. In questo periodo si inserisce la stessa guerra civile italiana. Eppure Nolte dalla sua illuminante accademica obiettività fu tacciato di revisionismo. Così come, solo per il fatto di mettere davanti a tutto l’idea di Patria –termine addirittura cancellato in passato dalla formula del giuramento militare repubblicano perché ritenuto di sapore fascista- non credo si possa essere considerati nazionalisti o portatori di un’idea estremista da sacrificare come fatto, al contrario e per decenni, in nome di un’idea di partito da porla al di sopra di ognuno di noi, dei nostri padri, dei nostri nonni.
 
Un popolo cresce non solo perché libero, ma perché ha capacità di riconciliarsi con sé stesso e di solidarizzare con il vicino di casa allorquando è il futuro di entrambi che viene messo in gioco. Dividersi senza confronto e senza sintesi significa creare barriere nel dialogo e nella maturità anche di un’idea rispetto ad un’altra. E’ questo il limite dell’Italia: il non essersi pienamente liberata dai suoi fantasmi e di lasciarsi trascinare nuovamente nella dialettica senza fine di un Paese diviso tra buoni e cattivi. Un Paese che si colloca tra coloro che si pongono sulla retta via di un’ideocrazia franata come quelle che ha combattuto e chi del divide et impera ritiene di poter fare della nostra ancor giovane Italia, lasciata nelle memorie del passato, ciò che vuole.


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