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Mediterraneo dimenticato

Uno spazio comune per una crescita economica condivisa.

Nonostante la crisi aperta in Medio Oriente il Mediterraneo resta la regione delle contraddizioni, delle diversità, dei destini comuni tra i popoli che vi si affacciano. Così, di fronte ad un trend migratorio che avvolge il continente europeo, vi sono alcune lezioni che possono essere discusse. E, tra le prime, quella che la governabilità del fenomeno stesso ha una sua dimensione economica che non può essere sottovalutata. Una dimensione che non si esaurisce soltanto nel luogo comune della ricerca di migliori aspettative di qualità della vita, ma nella possibilità di offrire un’adeguata formazione, ad esempio, ed una disponibilità di reddito tale da permettere la creazione di capitali di rischio da reinvestire, magari nel medio/lungo termine, in attività di impresa in patria. L’immigrazione di ritorno, ovvero la capacità di riproporre esperienze acquisite fuori dai propri confini nazionali, fuori dalla comunità di appartenenza, rappresenta lo strumento attraverso il quale creare impresa nel proprio Paese favorendone l’apertura verso nuovi mercati.

Tuttavia al problema dell’assorbimento delle risorse migranti si aggiunge un altro problema che è rappresentato dalla necessità di creare delle interazioni fra modelli diversi di gestione del capitale e dell’accesso. Ovvero di rendere compatibili sistemi economici e finanziari diversi, ma incidenti nell’economia mediterranea, dotati di assetti istituzionali che non integrano il mondo del capitale occidentale con quelli bancari del Medio Oriente o del Nord Africa. Assetti, questi ultimi, poco inclini ad aprirsi verso politiche di liberalizzazione e di trasparenza. Per questo, guardando a Sud, si tratterebbe di reinventare le architetture finanziarie in maniera tale che oltre a garantire la trasparenza delle operazioni si agevoli l’accesso al credito di impresa. Di fronte a tale realtà, nella quale si mette in gioco il livello di fiducia reciproca raggiungibile, spendibile da ogni singolo attore economico ed istituzionale nella condotta di politiche di investimento e di sviluppo, si risolve anche la possibilità di attrarre gli stessi capitali occidentali in una regione, quella a Sud del Mediterraneo, che presenta una collocazione baricentrica tra i mercati dell’Est Europa e del Grande Medio Oriente.

La valorizzazione delle capacità produttive occidentali diventa necessaria se ricondotta in un quadro di partenariato euromediterraneo per frenare quella destrutturazione del sistema produttivo europeo sempre più ostaggio di una conversione in società finanziare di ciò che rimane del capitalismo continentale. E tutto questo, se si guarda alla crescita della Cina, dell’India, ai capitali arabi del Golfo, non è trascurabile dal momento che questi grandi Paesi diventano attori e fattori di competizione nei confronti dell’Occidente in una regione che si restringe sempre di più. In questo scenario apparentemente complicato, ma che in realtà propone prospettive già viste e oggetto di analisi anche se non trasformatesi in azioni concrete e sinergiche nel bacino, il Marocco, ad esempio, rappresenta un case study interessante. Stato arabo del Nord Africa, ha espresso negli ultimi anni una capacità produttiva significativa per la diversificazione degli investimenti, soprattutto esteri. Investimenti resi operativi sul territorio e che hanno favorito l’avvio di un seppur timido processo di riforma del sistema giuridico.

Una riforma necessaria per favorire l’insediamento di imprese. Un tentativo di sviluppo ottenuto con la valorizzazione dell’offerta turistica ormai consolidatasi negli anni e grazie ad un accordo di libero scambio siglato nel marzo 2004 con gli Stati Uniti. Ma anche in questo caso di spinta in avanti si sono presentati i limiti già indicati in precedenza. Un settore bancario inadeguato a sostenere politiche di sviluppo, un’economia agricola ancora prevalente per il sistema produttivo marocchino. Se a tutto questo si unisce un alone di preoccupazione che si estende dalla Tunisia all’Egitto sul rischio di una sempre maggiore competitività dei prodotti low cost e delle imprese provenienti dai Paesi del Far East, si comprende quanto la possibilità di un vero e proprio “balzo in avanti” dell’economia nordafricana - ovvero mediterranea guardando all’aggregato a Sud - sia quanto meno difficoltoso non disponendo ad oggi, oltre gli accordi di associazione e le formule bilaterali di cooperazione con l’Unione europea, di una politica comune produttiva e commerciale che unisca le due sponde del Mediterraneo.

D’altra parte, per un’economia strutturalmente debole come quella euromediterranea i prodotti low cost provenienti dall’Asia tendono a comprimerne l’esportazione con un’erosione significativa del saldo della bilancia commerciale. Inoltre, se si dovesse tener conto, ad esempio, anche della contrazione dell’industria tessile, già espressione importante del settore industriale del Maghreb, o del mercato dei prodotti ad alta tecnologia e dell’Information Technology, si comprenderebbe quanto possa preoccupare in termini di saturazione delle nicchie di mercato l’onda lunga dell’Asia che raggiunge le sponde a Sud del Mediterraneo. Lo start up dei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, insomma, è funzione di una necessità/opportunità di investimento dedicato alla creazione di un sistema capace di abbattere la dimensione verticale dell’impresa, permettendo, così, l’avvio di un processo di terziarizzazione idoneo ad allargare orizzontalmente la partecipazione alla produzione.

In questo senso, allora, anche la democrazia politica può essere un aspetto determinante della crescita di una comunità e la democrazia economica ne rappresenterà il veicolo migliore per l’affermazione della prima grazie alla realizzazione di un sistema istituzionale e sociale che miri all’abbattimento delle differenze fra i livelli di vita dei Paesi del Sud rispetto a quelli delle comunità a Nord del bacino. Tutto ciò, in una dimensione di crescita condivisa non sarebbe poca cosa dal momento che un processo che determini una simile convergenza non è più rinviabile. Si tratta, in altre parole, di dare vita ad una rivoluzione del pensiero economico orientando l’azione politica verso una crescita condivisa. Una rivoluzione di sistema che dovrà associarsi ad una progettualità nuova di governo del territorio che coinvolga nelle politiche di sviluppo una governance pubblica e privata dell’economia. Una governance che elimini le vulnerabilità di gestione, la corruzione soprattutto trasformando l’efficienza dell’amministrazione locale in valore aggiunto per la realizzazione di un sistema competitivo e per sostenere ogni iniziativa di impresa sul territorio.


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