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L’ombra del debito e l’oro di tutti

Tra le tante proposte per ristabilire quanto meno una proporzionalità tra debito pubblico e prodotto interno lordo si aggiunge quella considerata dall’allora presidente del consiglio Romano Prodi di vendere parte dell’oro della Banca d’Italia. In altre parole, l’obiettivo di tale proposta doveva essere quello di ricorrere alle nostre riserve auree in modo tale da soddisfare le richieste europee su una manovra più concreta per ridurre il debito pubblico. Una possibilità che avrebbe potuto evitare soluzioni finanziarie più onerose per i cittadini e mantenere così il consenso sulla compagine governativa.

Nella vicenda dei conti pubblici italiani e del loro risanamento ci sono aspetti che a volte rasentano l’assurdo. Che il debito pubblico rappresenti per il Paese un incubo ricorrente non è una novità. L’Italia convive da decenni con la propria esposizione debitoria (con buon pace di ogni economista, di destra o di sinistra) interpretando secondo proprie necessità politiche una finanza funzionale di cui ne è stato stravolto completamente il significato economico. E, questo, non perché siano cambiate le ragioni del ricorso all’indebitamento strutturale se finalizzato alla crescita dei servizi e al ridimensionamento progressivo sulla rendita, sociale ed economica degli stessi. Né perché il pareggio sia la strada migliore dato che non esiste alcuna possibilità di giustificare economie e finanze autarchiche in un sistema internazionalizzato. Ma perché è mutato lo scenario produttivo, dei servizi e dell’economia complessiva del Paese sempre più agganciata all’andamento dell’euro.

L’ipotesi di ricorrere alla vendita delle riserve auree per uno Stato significherebbe, molto semplicemente, svendere le proprie ricchezze alla cui disponibilità senza tempo si affida la credibilità economica del Paese. Una credibilità che sarebbe assolutamente persa senza una sicurezza di ripristino nel medio termine delle stesse riserve, soprattutto se impiegate per contenere una situazione di indebitamento e di fronte ad un incerto andamento della crescita nel medio/lungo termine. Non ci vogliono grandi doti da economista per capire che il ricorso alla vendita delle riserve auree lo si sceglie nel momento in cui uno Stato deve rifondare la propria struttura produttiva, o di fronte ad una crisi di liquidità tale da impedire ogni possibilità di assorbimento di un indebitamento sovraesposto rispetto alle capacità produttive nel momento in cui non si potrebbe aumentare il circolante. D’altra parte, laddove è avvenuto, la vendita di parti delle proprie riserve auree si è presentata come un’iniezione per rafforzare sistemi produttivi in ascesa: basti pensare alla Spagna, per riallineare modelli innovativi di produzione di fronte a proiezioni di crescita rassicuranti, e non solo per aumentare la liquidità per saldare i debiti.

La verità è che il Paese, per fortuna e non per merito nostro, ma dell’aggancio al modello euro, non è ancora oggi a rischio di default. Sicuramente vi è una sofferenza da indebitamento che rende meno competitiva la produzione e, soprattutto, meno efficienti i servizi per carenza di risorse dovuta ad una spesa pubblica incontrollata. Una spesa pubblica, ed un’incapacità di combattere l’evasione fiscale dei redditi più alti, gestita in maniera poco adeguata per l’incapacità di applicare correttamente l’approccio funzionale, e per una dispersione politicamente opportunistica di risorse. Detto questo, sembra che la proposta del premier sia l’ennesima scelta della strada più facile tenuto conto che, in Italia, se davvero vi fosse un diffuso senso civile della cosa pubblica, e quindi anche della finanza, e un altrettanto senso dello Stato, probabilmente sarebbe meglio contribuire, iniziando dall’alto, dai politici e dai top manager di Stato, a ridurre dispersioni finanziarie, rendite e redditi garantiti puntando sulle efficienze di spesa e di gestione.

Il monito dell’Unione europea sul tesoretto, con il quale si indicava di impiegarlo per “saldare” una parte dell’indebitamento non era fuori luogo. Gli stessi italiani lo avrebbero capito se si fosse trattato di un sacrificio condiviso da tutti in maniera proporzionale alle possibilità di rendita e di reddito, considerata poi la minima incidenza di aumenti che si sarebbero avuti, come è avvenuto, spalmandone i fondi sui destinatari. Per questo, sembra molto singolare che un premier non si sia accorto, ormai, che qualunque scelta di politica economica e finanziaria non possa più prescindere da una concertazione obbligatoria con la Banca Centrale Europea. Ma d’altra parte si sa i sacrifici non piacciono a nessuno e meno che mai a chi per non farli, e non rinunciare a posizioni di garanzie di reddito, dalla propria posizione di dominus si dimostra solo opportunisticamente solidale con i più deboli. A svendere c’è sempre tempo, e qualcuno lo dovrebbe sapere, soprattutto se il patrimonio non è il proprio. A ricostruire no, quando l’interesse è del Paese.


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