Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Crisi e (in)successi di una moneta unica

La crisi economica del 2008 iniziata negli Stati Uniti con la crisi dei mutui subprime, ha coinvolto tutte le economie del pianeta. Tra le principali cause della crisi gli alti prezzi delle materie prime, una crisi alimentare mondiale, un'elevata inflazione globale, la minaccia di una recessione in tutto il mondo, così come una crisi creditizia ed una conseguente crisi di fiducia dei mercati borsistici. Le diverse e significative recessioni e i crolli del Prodotto Interno Lordo verificatisi in quasi tutte le economie avanzate del mondo tra il 2009 e il 2010 hanno smentito ogni ottimistica previsione portando al limite del fallimento economie fragili come quella greca dove corruzione e inefficienze delle istituzioni economiche nazionali ne hanno determinato il crollo.

La lezione greca non è una lezione che si limita e si esaurisce nel piano di salvataggio di un’economia nazionale. Non è tanto meno una sorta di dimostrazione a posteriori di una capacità politica dell’Unione europea di riuscire ad affrontare turbolenze improvvide dei mercati finanziari che giocano, e speculano quindi, sulle spalle delle finanze degli Stati dell’euro. È, in realtà, la dimostrazione di due paradossi che caratterizzano il processo di integrazione. Due aspetti che ne dimostrano l’incompiutezza, per un verso, e l’inadeguatezza del modello di gestione e di governo prescelto per affrontare un mercato globale aggressivo e a più attori dall’altro. Il primo paradosso è dato dal fatto che il processo di integrazione continentale è iniziato facendo correre in parallelo l’aggregazione economica con quella politica, dove la prima ha sempre sopravanzato la seconda.

Dalla Comunità del 1957, l’aspetto economico fu quello più immediato e più facilmente condivisibile per realizzare una possibile formula di integrazione continentale perfezionatasi, almeno così doveva essere, con la scelta dell’euro. Una scelta non errata per superare ogni possibile limite di miopia politica ed egoismo economico che avevano minato la pace e la prosperità di un continente nei primi quarant’anni del Novecento. Una scelta che però non riuscì ad attribuire alla dimensione politica quel ruolo dominante nell’affermare un’idea di una comune casa europea che potesse andare oltre le singole economie e le singole sovranità. Il secondo paradosso è il completamento del primo.

Esso è rappresentato da una politica economica ancora intergovernativa, inadeguata ad affrontare un mercato aggressivo e a più attori che richiede scelte immediate, decise, univoche e valide per tutti gli Stati dell’eurozona. Una criticità di sistema che è il risultato di un’aggregazione sovranazionale costruita a metà strada tra la ragione economica dell’identità di essere uno spazio produttivo e di consumo comune e la volontà di trasformarlo man mano - dopo Maastricht ed Amsterdam - in una realtà politica e giuridica che si approssimi sempre di più al cittadino. Una concezione che avrebbe dovuto prevedere un sistema diverso delle riserve di sovranità e, in un certo senso, ridisegnare la stessa mappa dei poteri di ogni singolo Stato membro, oltre agli spazi di autonomia ad esso riconosciuti soprattutto per quanto riguarda le scelte fiscali e i conti delle singole economie nazionali.

Certo, tutto ciò non sarebbe stato in linea con una visione dell’Europa nella quale devolution e sussidiarietà avrebbero dovuto contenere possibili derive dirigiste. Ma alla fine ciò che è sopravvissuto alle intenzioni sono ancora oggi, in campo monetario, riserve di sovranità significative per le quali vi è chi è nell’eurozona e chi ne è al di fuori - come la Gran Bretagna e la Danimarca oltre ai nuovi arrivati – vi è chi paga e chi non paga. Ora, il governo di una moneta unica non è di per sé molto compatibile con una gestione in franchising delle politiche economiche e finanziarie nazionali, allorquando il peso dell’euro è il risultato complessivo dei singoli andamenti. Il problema della Grecia lo si rinviene, quindi, non solo nell’irresponsabilità ellenica dell’aumento del debito, mistificato in una serie di conti artefatti. Bensì, e soprattutto, nell’incapacità dell’Unione di valutare periodicamente l’insostenibilità tra il potere d’acquisto dell’euro in certe economie nazionali e l’andamento delle economie reali di ogni singolo europartner.

La verità, al di là di ogni colpa imputabile ad Atene, è che non vi sia stata una giusta corrispondenza proprio tra questi due termini di confronto. Una dimenticanza che ha relegato la produzione di beni e servizi ad una sorta di una meno nobile arte di realizzare ricchezza misurando le capacità di crescita solo in termini di abilità finanziarie. Una visione miope della crescita. Una dimensione, quella finanziaria e contabile, più facile e manipolabile perché valutata solo sull’andamento di un’economia virtuale, ovvero dei titoli piuttosto che sul circolante reale o sulla ricchezza prodotta, sulla crescita in termini di occupazione piuttosto che sull’allargamento della base del reddito e, quindi, dei consumi di beni e servizi reali. Di fronte a ciò, all’incapacità di produrre, ovvero di creare ricchezza e offrire condizioni di aumento del Prodotto Interno Lordo superiori all’indebitamento - che con tali presupposti potrebbe anche rimanere costante - la speculazione si è man mano rivolta agli assetti finanziari dello Stato, aggredendo un’economia debole come quella ellenica e coinvolgendo il non monolitico assetto dell’euro. Con due risultati.

Nel primo caso, ancorando l’unica possibilità per il governo di Atene di tamponare l’indisponibilità di liquidità con l’emissione di bond. Quindi gettando la ricchezza ellenica nelle mani di società private di investimento e di rating che, acquistandone e giudicandone i titoli, hanno fatto si che i tassi di interesse andassero alle stelle con un ulteriore aumento dell’indebitamento a Prodotto Interno Lordo fermo, se non addirittura negativo. Nel secondo, coinvolgendo l’Unione europea come “banca” di ultima istanza costringendola ad un’immissione di liquidità da parte dell’eurozona a garanzia della solvibilità ellenica nel medio termine senza nessun piano di crescita dell’economia reale della Grecia ivi annesso. Ad Atene si può imputare tutto.

L’irresponsabilità fiscale, una politica monetaria deflazionaria, un significativo indice di corruzione, un’economia sommersa che drena risorse sottratte al fisco ma che alimenta il debito pubblico acquistando titoli di stato. Tuttavia ciò non basta ad assolvere l’eurozona dall’essere, o meglio, dal non essere un vero e proprio spazio economico-produttivo condiviso. Dall’essere, cioè, ancora oggi, solo un mercato allargato tra partner, dall’essere uno spazio “politico” poco incisivo nei controlli sulle politiche finanziarie di ogni singola nazione e sulla condivisione dei rischi come dei vantaggi derivanti dalle sfortune o fortune dell’euro. Così come non basterà lo scudo innalzato contro la speculazione e realizzato con gli aiuti in termini di liquidità a favore di Atene per assicurare che il mancato default ellenico possa affrancare, e preservare, l’eurozona da turbolenze o da altre tempeste perfette giocate nell’azzardo dei mercati finanziari. Mercati che solo nell’immediatezza potranno plaudere opportunisticamente all’ulteriore euroliquidità immessa sulle piazze pronta per l’ennesima sfida speculativa.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.