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Tra “draghi” e maghi

Alchimie per restare a galla.

Tra una riforma delle intercettazioni di comunicazioni e un mistificato graduale fermo verso ogni possibile attività di indagine nei delicatissimi e impenetrabili reati contro la pubblica amministrazione - commessi più che dai dipendenti dai manager e imprenditori - varare una manovra finanziaria che si sovrappone alla programmazione sancita qualche mese fa completa un quadro singolare. Un quadro che richiederà al Paese uno sforzo ulteriore per contenere un deficit da indebitamento che, lievitando negli anni, si pone come sempre quale incubo per ogni esecutivo che si approssima al confronto sui conti. Da una parte si tenta di raggranellare quel che si può per arginare una deriva del Prodotto Interno Lordo che rischia di essere fagocitato dal buco nero del debito pubblico, cercando di salvare il nostro fragile appeal da Paese dell’eurozona. Dall’altra si tenta di limitare, nonostante si celebri la necessità di combattere l’evasione e la corruzione, qualunque possibilità di indagine necessaria per arginare due fenomeni complementari e invasivi che inquinano ogni minimo senso etico della cosa pubblica.

Tutto questo ha del paradossale dal momento che, ferma restando la necessità di provvedere ad arginare un’emorragia di risorse dalle casse dello Stato, la spesa pubblica e il costo dei servizi pubblici non sono gli unici aspetti a dover essere messi sotto accusa, ma due approcci della nostra vita politica ed economica. Il primo, quello politico: la manovra di 24 miliardi rischia di far deragliare il governo su promesse non mantenute, quali diminuire la pressione fiscale, far aumentare i consumi per dare un minimo di respiro alla crescita e alla produttività. Il secondo, quello economico: la manovra ripropone il solito teatrino di mezza stagione che, di fronte all’incapacità di prevedere i trend finanziari e di spesa, rimodula tutto ponendosi come una “manovrina” dalla mano morta.

In tutto questo si gioca il vero quid pluris delle parole mancate come crescita, produttività, detassazione degli utili reinvestiti per le imprese che assumono, rientro graduale dei lavoratori in cassa integrazione. Un quid che è rappresentato dall’assenza evidente di un piano serio a medio termine per la ripresa e per la razionalizzazione delle spese. La verità, quindi, che sembra emergere dalle dichiarazioni rese è che non vi sia una politica economica dietro l’angolo, ma solo una prospettiva tributarista che domina dall’alto di un incantatore di conti. Una politica economica vista da una dimensione fiscalista che non può lasciare spazio a progetti di crescita guardando al valore sociale della ricchezza. Una politica di tagli che si limita a tanto, dal momento che interpreta lo Stato solo come centro di spesa e non come centro/attore di investimento. Se la manovra non sarà il prodotto di una “macelleria sociale” non lo sarà solo perché l’obiettivo non è il risanamento della spesa e l’investimento successivo.

Ma perché domina un’esigenza contabile contingente impostaci dai partner europei che contano. Un’esigenza che deve tener conto, però, della preoccupazione di non indebolire, a detta del capo dell’esecutivo, l’alta popolarità del governo tra la gente. Ricordo volentieri una recente intervista, letta da poco, rilasciata da Amartya Sen, un Nobel per l’economia sicuramente non occidentale, ma con le idee molto chiare sulla nostra evidente condizione di stagnazione. Per Sen, la “[…] saggezza di qualunque politica economica dipende da quello che intendiamo raggiungere e dalla nostra capacità di comprendere chiaramente come raggiungerlo […]” a ciò aggiunge che “[…] questo vale anche per le politiche a sostegno della ripresa economica. Laddove vi sia una crisi economica, tendono a verificarsi numerosi e diversi cali. Il PIL cala; i mercati dei capitali crollano; i lavoratori perdono il lavoro; la gente così impoverita si trova ad affrontare gravissime difficoltà; molti vanno ad ingrossare le file dei disoccupati a lungo termine e molti di più sono costretti a rinunciare ai piaceri essenziali di una vita soddisfacente, ivi compresa l’istruzione e la sanità, alloggi confortevoli, e a volte persino a cibo e alimentazione adeguati […]”.

Forse la realtà italiana non sarà così drammatica perché ci salva l’essere in Europa e perché siamo uno spazio di consumo importante per i beni altrui, ovvero prodotti altrove. E sarà forse perché non tutti i Nobel sono delle rare intelligenze di cui dover tener conto del pensiero. Tuttavia la rarità del buon senso, della programmazione, della capacità di conoscenza dei mercati e dei trend finanziari latita nei piani alti della politica (economica) italiana e il vivere, fare i conti, alla giornata sembra rappresentare ancora oggi il miglior futuro possibile per questo Paese.


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