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La grande presa in giro

Nel gioco politico vi sono quasi sempre luci ed ombre che si sovrappongono, che illuminano cuori ed anime, suscitano passioni e sembrano avere idee e capacità per cambiare, per dare una svolta ad una nazione, per migliorarne le regole di convivenza, assicurare un’adeguata crescita, garantire la vita di ogni giorno nel riconoscimento dei diritti di ognuno e nel garantirne il rispetto. Un gioco che si manifesta soprattutto nei momenti di crisi. Momenti nei quali è la condivisione degli sforzi che deve essere perseguita per poter affermare scelte ed imporre azioni che siano coerenti con un valore di perequazione sociale che dovrebbe rappresentare il pilastro fondamentale di ogni politica pubblica, foss’anche liberista e liberale.

Oggi il Paese, con non poco imbarazzo e scetticismo, vede il proprio futuro giocarsi nelle mani di una classe politica incapace di gestire il cambiamento. Una classe politica che mira solo a celebrare riti di parte, assicurare la longevità del mito di un uomo sempre meno nuovo che si consuma quotidianamente. La logica del partito azienda, affermata per salvare il salvabile di un modello in disarmo di consociativismo politico, si scontra con quanto da essa prodotto in questi ultimi anni: l’affermazione di egoismi di censo artefatto e di ceto precostituito. Si confronta con il risultato di una singolare ottica di autonomismo di maniera che si realizza nella sterile difesa di localismi che tentano di depotenziare a loro volta la coesione nazionale nel tentativo di destrutturare, con l’alibi della crisi economica, assetti e aspetti delle nostre istituzioni repubblicane, giuridiche e costituzionali. Un progetto di destrutturazione istituzionale per difendere evidenti interessi privati inseriti all’interno di una dimensione di tutela e garanzia che sovverte il principio stesso di legalità per garantire, distorcendone il valore, aree e situazioni di impunità che poco hanno a che fare con un modello democratico. Ma ciò non basta.

Il depotenziamento delle istituzioni, mistificato da una volontà di pseudoriforma e di tutela finanziaria dei conti pubblici, si risolve nella svalutazione del sistema Paese. Del sistema scolastico visto come un disvalore rispetto al potere perché, seppur con i suoi limiti, poco incline all’omologazione, barattando cultura e formazione del cittadino con l’etica del consumo e del facile velinismo. Delle Forze di Polizia viste non solo come centro di spesa, ma anche come possibili e scomodi garanti di un valore della sicurezza uguale dappertutto nel Paese e non sottoponibile a politiche locali e “pseudofederali”. Della giustizia che intercetta comportamenti al limite della legalità. Dell’economia sociale e sostenibile su cui far crescere e ridare fiato al Paese nella sua capacità di creare ricchezza… per tutti.

Di fonte a ciò, diventa difficile non condividere l’opinione diffusa che Berlusconi sia riuscito a cambiare gli italiani offrendo loro un modello negativo di libertà rappresentato proprio dal vedere nello Stato, nelle sue regole, nella società civile, nella cosa pubblica, un avversario per il successo del singolo. Consumo e ricchezza, agio e lusso sono i messaggi di un modello di vita che relega l’impegno e il sacrificio a valori per poveri sognatori. Individualismo e familismo sono diventati la regola dominante nella condotta e nella scelta di una classe politica autocompiacente.

Oggi, sembra quasi che la crisi economica e le scelte di ristrettezze economico-finanziarie che si dovranno assumere giochino a favore proprio di una politica volta a impoverire tutto ciò che è pubblico. Servizi, impiego, coscienze e istituzioni come se il male si nascondesse dentro l’idea stessa di Stato. Dentro coloro che credono, servono un Paese piuttosto che negli evasori, negli speculatori e di chi, da privato, ha cercato nei finanziamenti pubblici la via più semplice per trasferire a carico del pubblico il rischio di un investimento proteggendo i propri capitali e, magari, sottraendoli anche al fisco. In questo grande gioco in cui si inventano ministeri, come le candidature, per ministri che devono evitare i processi o mentre si cambiano le carte in gioco per far pagare sempre i più piccoli -per evitare indagini e condanne, o rischiare di veder perire imperi finanziari se si dovessero dimostrare procedure illecite di arricchimento e di investimento- il buon senso si è man mano perso da tempo nella politica italiana. Una politica sempre più ostaggio dell'arbitrio più manifesto e dell'opportunismo di parte.

La stessa invenzione del partito del “Predellino” è e rimane l’invenzione di un non luogo politico voluto dal padrone in una serata sanbabilina nella quale il PdL diventa a tutto tondo il partito aziendalistico-berlusconiano. Un partito nel quale ogni giocatore assunto dimentica il proprio passato, anarcoide, autonomoperaio, comunista, postfascista ecc… per arroccarsi su posizioni di facile potere a cui risponde, con riconoscenza, diventando distributore a piene mani di lusinghe per il mecenate-benefattore. Tutto questo dimostrando che mai nome fu più adeguato di PdL. Ovvero Popolo della Libertà. Si, ma libertà solo del capo e dei suoi fedelissimi di fare e dire ciò che si vuole. Un concetto di libertà amministrata, governata, che certamente non inizia dove inizia quella altrui, che non ha necessità di comprendere il dissenso scambiato velocemente come il tradimento di una promessa di fedeltà indiscussa, ma che si risolve nella propria ed unica arbitraria coscienza di essere al di sopra di tutti: dello Stato, delle sue Istituzioni, delle leggi, del cittadino.

La vera crisi, oggi, non è solo economica. E’ una crisi di idee e di coscienza, di lealtà e di altruismo, è deriva oscurantista di una storia italica plurisecolare di cultura, di civiltà, politica e giuridica, volutamente annichilita e resa schiava da abili predicatori del nulla.


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