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Se la crisi bussa due volte. L’Europa a rischio default

Tra una settimana si terrà il rituale vertice economico di quella che è stata definita, con buona ambizione, Eurozona. Ovvero di quello spazio che individua un soggetto politico qual è l’Unione europea nei suoi assetti economico-finanziari. Non sarà un vertice facile e non potrebbe esserlo altrimenti dal momento che non solo l’economia mondiale si muove su un terreno minato da una possibile ulteriore speculazione finanziaria - con un dollaro che tenta la strada della svalutazione per arginare l’eccesso di liquidità di cui dispone la Cina - ma per la perdurante scarsa competitività dell’economia continentale e per gli effetti di una continua delocalizzazione delle imprese occidentali. Una denazionalizzazione indotta e permessa che ha trasferito capacità di produzione, patrimoni cognitivi acquisiti nel tempo e capitali nelle aree che oggi detengono le maggiori riserve di moneta occidentale: quelle asiatiche

Si potrebbe discutere di tutto, formulare teorie di crescita parallela ma non è così. Ai giochi economici, spesso condotti sotto la veste della cooperazione o della virtuosità degli investimenti che dovrebbero determinare un reciproco interesse e vantaggio, si nascondo obiettivi geopolitici non trascurabili. L’Occidente, soprattutto l’Unione europea, vive un momento di deindustrializzazione e di scarsa crescita e paga il prezzo dei costi di un indebitamento che, seppur funzionale a finanziare servizi e infrastrutture o scelte politiche ed economiche del passato si trova oggi a non avere una ricchezza tale sulla quale poter contare per arginare il “peso” del rientro progressivo su conti sostenibili, con un Prodotto Interno Lordo di ogni Stato-partner e dell’Unione complessivamente considerata, capace di spostare il rapporto tra ricchezza prodotta e debito contratto a favore della prima. Una debolezza, questa, che favorisce le ondate speculative sui mercati e gli attacchi sui bond emessi da Stati dell’eurozona.

Una debolezza che non è solo un risultato finanziario, ma che nasconde, come detto, un disegno geopolitico costruito sulla svalutazione di ciò che rimane degli assetti produttivi e finanziari continentali, per renderli appetibili a chi dispone già da oggi di liquidità importanti per conquistare le nostre economie. Cioè, mentre ci si preoccupa di investire nei cosiddetti Paesi emergenti, gli stessi accumulano valuta per investire da noi. Un ragionamento semplice, forse, non appartenente al lessico della migliore ingegneria finanziaria europea, ma che rende bene il rischio alle porte delle nostre case. Se fossero confermate le voci circa una nuova richiesta di aiuto di Dublino all'eurozona ciò alimenterebbe, in effetti, i rischi di un’ulteriore speculazione.

Ciò significa che un ricorso dell’Irlanda - con un debito ormai sempre più importante e causato dalle operazioni di salvataggio e sostenibilità dei propri istituti di credito, costato circa 50 miliardi di euro - al Fondo di stabilità da 750 miliardi di euro dell'eurozona e del Fmi - l’European Financial Stability Facility, Efsf - creato nel maggio scorso per la Grecia, ma ad oggi inutilizzato, determinerebbe una sfiducia dei mercati e un rush speculativo il cui prezzo lo pagherebbero man mano, in un effetto domino da manuale, tutte le economie a rischio dell’Unione, e non sarebbero poche. Sottovalutare ciò significa avere una percezione limitata, e si spera non volutamente tale, della reale situazione dell’eurozona con il rischio che la stabilità di un’area così importante dell’economia mondiale si sfilacci man mano, dal momento che nessun ricorso ad altra valuta oltre l’euro sarebbe possibile per sanare una situazione di crisi così definita. D’altra parte, le vicende del dollaro, in un sistema di cambi non più fissi né dettato da convertibilità di sorta, non ci riguarda perché il dollaro svaluta come e quando crede e perché ciò significherebbe, altrimenti, seguirne le sorti: ovvero trasferire liquidità europea a terzi, alla Cina tra tutti, più di quanto non sia già stato fatto convinti, erroneamente, che lo spazio del dragone sia solo uno spazio di consumo con ricchezza di ritorno. Ma rimanendo più vicini il problema non è se l’Irlanda chieda o meno gli aiuti, o possa e voglia ricorrere al fondo citato. Il vero dato è che, comunque, il limite di break-even per definire l’equilibrio tra un fallimento e la sopravvivenza di Dublino e dell’eurozona, salvo ulteriori sorprese da parte del Portogallo e una cronicizzazione della fragilità greca, sia fissato in 60 miliardi di euro.

Una cifra che non è trascurabile nei conti complessivi dell’Unione. E non è confortante, guardando alla sola Irlanda, l’essere certi che un europartner piuttosto che un altro abbia fatto meglio della Grecia dal momento che man mano ciò definisce solo il vantaggio di dilatare i tempi di un evento possibile per non dire quasi certo. Di fronte a ciò tutto è possibile. L’instabilità dei mercati rappresenta oggi quella variabile mai considerata e governata, premessa garantita nelle sue dinamiche da un liberismo che si è rivelato anarcoide nei risultati e pessimo maestro di efficienza e di miglior distribuzione delle capacità e delle ricchezze. È evidente allora che, in un clima in cui alcune banche, dopo la Grecia, magari mirino a mettere in condizione di debito critico anche l'Irlanda, ciò significa cercare di trarre vantaggio da una bolla speculativa che si alimenta sulla moltiplicazione del debito di un paese dell’eurozona, imponendo interessi debitori che di fatto otterrebbero come risultato quello di consegnare le economie nazionali più deboli ai migliori e più capaci speculatori. Un risultato che tenderebbe a svuotare di ogni possibile capacità di produzione le economie nazionali rendendole facili prede di chi ha ottimi portafogli con valute, dollaro ed euro, pronte da spendere sulle nostre piazze ma a prezzi decisi altrove.


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