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Da qualche tempo ci siamo convinti che siamo di nuovo spettatori di una crisi economica globale. Eppure non doveva essere una novità. Non poteva essere un fenomeno trascurabile l’attacco speculativo ai mercati e, in particolare, ai mercati occidentali. Non era solo il problema della Grecia piuttosto che del Portogallo o della Spagna. E, come abbiamo visto, nemmeno della sola Italia.

L’attacco è chiaramente orientato a mettere in crisi il modello economico-finanziario occidentale e l’aggressione al rating della Francia ne è la chiara dimostrazione. Onda lunga che giunge sino a noi sin dalla crisi degli anni Settanta mai superata nella ridefinizione del debito pubblico di ogni Paese che ha assorbito la perdita di liquidità compensando il ricatto energetico della crisi petrolifera e della fine di un sistema economico, essa trascina con se una classe politica incapace di gestire il caos economico e di proporre soluzione per due ordini di motivi. Il primo perché la classe politica, sia a destra che a sinistra, è per un verso continuazione e prodotto di chi è stato ed è responsabile di un simile scempio finanziario. Il secondo perché non vi sono capacità e professionalità tali da guidare verso una via d’uscita senza ombre e soluzioni tampone da una manovra speculativa decisa altrove, oltre gli assetti e le dinamiche politiche degli Stati occidentali.

L’attacco all’economia europea e americana è fin troppo evidente per non capire che se da un lato si tenta di far pesare l’indisponibilità di liquidità di dollari ormai in gran parte nelle case di altri attori istituzionali e non, dall’altro vi è la volontà di aggredire la capacità di controllo delle economie europee nel momento di massima esposizione e debolezza politica. Esposizione per un debito pubblico complessivo che non può essere misurato solo in termini nazionali ma che, guardando alla realtà di un’economia che vorrebbe ispirarsi ad una moneta unica, dovrebbe essere valutato ed oggetto di decisioni e di azioni comuni e non limitata da una prospettiva ancora solo intergovernativa. Debolezza perché l’Unione europea pur producendo meno degli anni passati rimane un avversario da abbattere o rendere meno offensivo per le economie emergenti la cui sopravvivenza si gioca non solo nell’accesso e nel controllo delle materie prime ma nel dominio dei mercati, quello europeo compreso.

Ciò che si osserva oggi, è la capacità di attori finanziari, società di rating e poteri consolidati di approfittare del momento migliore di denazionalizzazione e di scarsa capacità degli Stati occidentali di controllare i flussi finanziari e l’andamento del loro indebitamento. Una congiuntura favorevole per attacchi speculativi che segnano il punto di arrivo di una politica di mercato deregolamentato voluto dalla reaganomics di qualche decennio fa che rende vittime della deregulation gli Stati Uniti e con essi tutto l’Occidente. Certo si è speso molto. Ma il problema non è il “molto”, ma il “come” si è speso. Si è speso male. Nessuno Stato occidentale ha investito e finanziato, così, politiche di crescita. L’economia occidentale si è ingessata su un orizzonte finanziario destrutturando le proprie capacità industriale delocalizzando in altre aree del mondo con il risultato di trasferire know how prezioso, capitali liquidi e competenze. La stessa Unione europea non ha ancorato il destino dell’euro ad una vera e proprie unione politica e ad una politica economica, finanziaria e produttiva, capace di rendere competitivo, sinergico e credibile uno spazio politico importante. Arrendersi alle dinamiche nazionali, vivere la superficialità dei governi e l’incapacità di manovrare con saggezza e puntualità le singole economie nazionali rendono ogni intervento della Bce solo un tentativo di immettere liquidità a vario titolo e in vario modo per salvare il salvabile.

Certo potremmo oggi inaugurare un corso protezionistico come Tremonti voleva già fare qualche anno fa, ma ciò ci porterebbe al di fuori dei mercati e al di fuori dell’Europa e un’economia debole come quella italiana non potrebbe permetterselo a meno che non abbia le risorse finanziarie per pagare profumatamente beni e servizi, materie prime ed energia, che è costretta ad importare. Potremmo anche valutare politi che di pareggio. Non sarebbe la prima volta. Ma il pareggio restringe ogni possibilità di allargare la corda della borsa se si volesse investire cercando di finanziarie progetti o programmi di crescita. In entrambi i casi non è così che si da certezza e sicurezza non tanto al mercato, impersonale e non patriottico, quanto ai cittadini. A chi è stufo di vedere classi politiche che hanno lucrato sulle spese pubbliche e un’idea di Europa che resta ancora una volta un fardello piuttosto che una opportunità. Perché protezionismo o meno o pareggio sono solo aspetti di un orizzonte di spesa che non può limitarsi a chiudere i conti ma a meglio regolarli, a meglio impiegare le risorse e a ben investire ciò che si ha nell’interesse di tutti.


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