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Risanamenti

Dal 1993 Atene subisce i contraccolpi di una recessione che si abbatte sullo stato ellenico ormai con un rapporto tra Debito Pubblico/PiL giunto quasi al 130-140%. Con una disoccupazione al 2009 pari al 9,6% e stimata in crescita sino a raggiungere volumi di risorse inoccupate pari al 15% entro il 2011, la Grecia viene definita dalle agenzie di rating prima insolvente, a debito altamente speculativo sino a Paese vulnerabile.

Il successo di una politica di risanamento non può affidarsi solo ad un prestito con la promessa della restituzione o solo con la copertura di obbligazioni con liquidità circolante. Ciò può servire, ma non è sufficiente. Si tratterebbe, infatti, solo di una cura momentanea ma non definitiva nel lungo termine di una patologia di cui, a diverso titolo, ne soffrono molti europartner. La vicenda greca, nella sua drammaticità, è l’espressione più immediata di ciò che è l’Unione oggi. Un sistema economico fermo, che non è riuscito a rimodulare la propria capacità competitiva in termini nazionali, per i singoli partner, e mondiali quale aggregazione.

Un sistema nel quale la propria divisa politica e monetaria, l’euro, apprezzato sino a qualche giorno fa rispetto al dollaro, non ha consentito né un riammodernamento dell’economia continentale né una rideterminazione dell’Unione quale spazio produttivo e competitivo nei mercati mondiali, relegandolo ad uno spazio favorevole solo alle aggressioni speculative. La lezione che deriva dalla Grecia è che esser entrati nello spazio euro non garantisce l’immunità da crisi che hanno, e avranno, soprattutto valenza endogena. E questo perché l’euro potrà rappresentare un’unità fisica e nominale di un’identità politico-economica in crescita, ma le aspettative di sviluppo ed occupazionali, e i modelli di creazione di ricchezza, sono e resteranno diversi da uno Stato all’altro.

Guardando ad un modello finanziario denazionalizzato dove lo Stato sovrano si confronta e subisce le furbizie della speculazione privata, la lezione appresa in questi giorni è che la forza di un modello economico risiede nella capacità di competere con altre proposte. E questo, al momento, non sembra esser così nonostante l’euforia della borsa sugli aiuti alla Grecia, che andranno ad alimentare i titolari dei bond. Perché l’euro se non misura e non rappresenta un’economia produttiva e reale - e se è utile solo per favorire i consumi o l’azzardo finanziario di una finanza, molto creativa sino all’inverosimile moltiplicazione dei titoli e dei debiti - rischia di trascinare con sé tutta eurolandia in una stagione di default. Una stagione di crisi da liquidità dovuta ad un confronto tra un malcelato senso di tutela delle sovranità nel circolante e l’anarchica speculazione di un mercato sempre di più ostaggio di indici di borsa, dei rating d’occasione, delle politiche e investimenti di convenienza e dei titoli rappresentativi del nulla.


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