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Vendere o svendere

Quando l’Italia, o le sue aziende, cambiano bandiera.John Maynard keynes

Vi è un particolare interesse a gridare al lupo al lupo quando il lupo ha già aggredito il pollaio e “fatto la spesa”. Oppure, secondo una buona scuola popolare che tramanda aforismi e brocardi in vulgare, diciamo anche che vorremmo chiudere le stalle quando le mucche sono già scappate. La verità è che da tempo, da anni, molte aziende italiane, molti brand per dirla in economichese, non sono più italiani di fatto. Certo mantengono la ragione sociale per finalità legali e di mercato, ma il capitale e la destinazione degli utili prodotti non è un aspetto su cui si può fare affidamento pensando ad un loro contributo nel creare una ricchezza che si fermi in Italia.


Il fatto è che il capitalismo italiano è cambiato da anni mentre la politica si è sostituita all’impresa non per affermare una capacità dirigista in linea con gli obiettivi di crescita del Paese e di tutela dell’imprenditoria - favorendone le capacità produttive in un clima partecipato tra impresa e forza lavoro - ma per gestire, secondo logiche di spartizione, cariche ed incarichi acquisendo o facendo acquisire a gruppi societari vicini ad un partito piuttosto che ad un altro “quote” per poter sopravvivere economicamente nel tempo come elites.

Dirigere l’economia di un Paese non significa collettivizzarla, ne, tantomeno, rendere le dinamiche di mercato meno liberiste. Significa, in realtà, evitare che l’anarchia di un mercato deregolamentato, che ha causato gravi crisi negli ultimi decenni, distrugga assetti produttivi e annulli capacità professionali solo in virtù di una necessità di arricchimento nel breve periodo e di trasformazione delle economie reali -come quella italiana- in economie finanziarie. Queste ultime più facili da gestire, più semplici da articolare in giochi a tavolino di demoltiplicazione di titoli e di capitali a vantaggio di chi regge i fili del gioco mobiliare e della speculazione, dove l’impresa quotata è un organismo impersonale i cui destini, dell’impresa e dei lavoratori, sono affidati ad un indice di borsa tanto quanto da ciò dipende il futuro di un intero sistema produttivo sul quale si regge la sicurezza economica, e l’indipendenza, di una nazione. Per carità nessuno vuole introdurre politiche neoprotezionsitiche.

Per uno Stato come l’Italia, che deve fare i conti con l’importazione in larga misura di materie prime, sarebbe devastante. Ma altrettanto devastante è stato svendere aziende tradizionalmente italiane senza rivalutarle in termini di capacità di produzione e di specializzazione, così come la totale assenza degli esecutivi nel definire piani di politica industriale che rendessero lo Stato parte del sistema e non spettatore. D’altra parte, anche per un Paese liberista per costituzione come gli Stati Uniti il superamento della crisi del 1929 fu il risultato di un rilancio economico mediato tra scelte protezionistiche e politiche pubbliche che non escludessero la partecipazione privata.

Non solo. Ma lo stesso Keynes, in un approccio abusato perché male interpretato in Occidente ed in Italia, introducendo il concetto di finanza funzionale riteneva che il ricorso al debito pubblico doveva rispondere alla sola necessità di finanziare opere e politiche economiche di investimento diretto o indiretto ma tese a raggiungere obiettivi definiti, misurabili, per ammortizzare e giustificare, ad opera compiuta, l’indebitamento a cui si era ricorso. Al contrario l’Italia ha inaugurato, dopo gli anni Sessanta, una politica di “finanza funzionale” tesa a rifinanziarsi volta per volta ricorrendo all’indebitamento per l’indebitamento senza raggiungere mai risultati precisi che saldassero i conti mentre, nel frattempo, si sommavano interessi su interessi alle spalle di tutta una serie di esecutivi sopravvissuti per il solo fatto che si adagiavano su personalismi di partito piuttosto che su concrete capacità di governo e lasciando che i costi della loro ignavia economica fossero a carico delle generazioni future.

In una lettera al Presidente Franklin Delano Roosevelt del 1937 Keynes scriveva che “…Il momento giusto per l'austerità al Tesoro è l'espansione, non la recessione…”. Ebbene, se dovessimo dirla guardando all’Italia dovremmo scrivere che abbiamo speso quanto e più che potevamo quando non dovevamo – ovvero nei momenti in cui l’economia era in crescita e la disoccupazione si attestava su una cifra e al di sotto del 5% - mentre avremmo dovuto spendere quando non avremmo potuto espanderci, ovvero in caso di recessione. Una regola semplice… troppo per l’Italia.


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