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Se la crescita è un enigma.

Copertina del libroI momenti di crisi hanno sempre due facce. Una sicuramente che si consuma nella fine delle nostre sicurezze, nel dominio dell’incertezza e dell’instabilità che rendono relative le conquiste raggiunte e meno decise le possibilità di mantenere inalterate nel tempo le condizioni di qualità della vita conquistate. L’altra, caratterizzata dalla volontà di capire, comprendere, reagire. Il volume di Ricolfi, “L’Enigma della Crescita” ed. Mondadori tenta di fornire alcune chiavi di lettura sulla non facile situazione delle economie occidentali e, tra queste, quella italiana. Che il problema della crescita non riguardasse solo i paesi definiti “poveri” non è certamente una novità e non poteva esserlo.

In realtà l’opulenza dell’Occidente è stata già in passato, e più volte, condizione di decrescita dove occupazione, qualità e quantità del lavoro, oltre che tipologie di modelli produttivi e di mercato nel loro svolgersi hanno sempre cercato di adeguarsi alle esigenze del consumatore quanto a quelle del produttore. Scoprire, però, che gli anni tra il 2007 e il 2013 rappresentano forse i momenti più significativi della crisi dell’Occidente, visto nell’ambito dei Paesi OCSE, certamente non è una novità dal momento che di crisi vissute molti potrebbero scriverne e fornire soluzioni. L’analisi condotta è una organica descrizione dei processi sociali ed economici quasi a tutto campo, che vorrebbe richiamare il lettore su alcune costanti che si presentano ai suoi occhi e che dovrebbero giustificare la tesi dominante del saggio: fornire una equazione interpretativa che tenga conto delle variabili principali attraverso le quali la crescita si esprime. Per raggiungere questo l’autore ritiene necessario fissare un metodo di indagine individuando i fattori che hanno un indiscutibile impatto sulla crescita. Vengono individuate alcune, poche, variabili, potremmo dire dominanti, e alcune variabili significative ma ritenute trascurabili circa la loro capacità di influenzare statisticamente il risultato finale.

Tra le variabili “dominanti” vi sono gli investimenti esteri diretti, fattore nel quali ci collochiamo in estrema coda, gli investimenti in capitale umano, argomento ritenuto caro ad una certa sinistra, le tasse, cavallo di battaglia di una certa destra e, alla fine, la qualità delle istituzioni economiche, aspetto, quest’ultimo, molto sentito dai liberali. Tra queste variabili più o meno importanti e determinanti viene collocata anche la giustizia civile, il cui peso sull’economia non è certo trascurabile se si considera che sono i tempi e la facilità di accesso alla soluzione delle controversie che determinano vantaggi o svantaggi, utili e perdite nella contrattazione e nella regolarizzazione dei rapporti economici tra le imprese. La flessibilità, al contrario di un certo luogo comune, non è considerata determinante sul mercato del lavoro perché, semmai, alle imprese interessano i costi del lavoro mentre la flessibilità incide solo sull’occupazione. Assunto che può avere una sua ragione ma che, in verità, non può essere dotato di una propria autonomia dal momento che costo del lavoro e occupazione potrebbero essere a loro volta funzione e variabile l’uno dell’altra. Ma in questa ricerca volta a spiegare la mancata crescita attraverso modelli presi in prestito da statistica e matematica, sembra che la vera novità sia l’individuazione di una superforza: il reddito pro-capite. Il reddito pro-capite, infatti, è l’indicatore di un rapporto inversamente proporzionale con il tasso di crescita. Non ci sono dubbi che più alta è la disponibilità di ricchezza spendibile e minore sarà la tendenze a “fare di più”, ma una tale, giusta constatazione, però non può in modo disarmante avvalorare tesi di abbattimento dei redditi per favorire una crescita.

La crescita è fatta di produzione e vendita, di qualità dei servizi e di mercato, di efficienza ed efficacia della pubblica amministrazione e non trova limiti nella disponibilità di reddito semmai è la disponibilità del reddito che deve essere orientata all’aumento della domanda. Piccole regole di economia classica che in fondo, ed ogni volta che si leggono ricette diverse e tutte quasi taumaturgiche, ci riportano all’Economico di Senofonte. E’ vero che il tetto del reddito pro-capite dipende dal livello e dalla qualità dei fondamentali (capitale umano, tassazione delle imprese, qualità delle istituzioni), ed è altrettanto vero che la situazione economica dimostra come e quanto non vi sia una stima del presente e del passato tale da valutare e migliorare i “fondamentali” in un’ottica di medio-lungo termine. Così come disastri finanziari, crisi e insuccessi non hanno trovato risposte risolutorie nelle politiche condotte dai governi, meno che mai da quelli italiani. L’avvitamento su se stesse delle varie finanziarie ha proposto sempre gli stessi argomenti, tasse si ma non minori spese e congelato i redditi pro-capite abbattendone le capacità di spesa. Non solo. Anche la riduzione della spesa pubblica diventa una soluzione possibile ma, tuttavia, dovremmo metterci d’accordo se la spesa pubblica sia una criticità di per sé o se, tale criticità, non sia da imputare alla sua mancata razionalizzazione nel costo e nell’offerta dei servizi ad esempio, mai attuata con provvedimenti di ricollocazione del settore pubblico e pubblico allargato sinergicamente inseriti in un programma di espansione economica delle imprese. D’altronde, pubblico e privato non sono aggregati indipendenti, ma interdipendenti se non altro perché la ragione di uno Stato, al di là delle valutazioni o, forse, delle congetture economiche, è quella di offrire pari opportunità di crescita e di benessere ad ogni cittadino attraverso una migliore qualità delle sue stesse istituzioni. Ma come avviene per la fisica, anche l’economia viene scritta con formule e dati statistici.

Così l’aspetto interessante del volume è definire una equazione unica e sola che attraverso alcune variabili e con il loro andamento, essa dovrebbe descrivere e spiegare un certo fenomeno chiudendo, in una legge quasi universale, la comprensione del fenomeno stesso. Che in economia l’uso di modelli matematici sia stato e sia ricorrente è evidente e risponde ad una ragione descrittiva. Tuttavia un’equazione, per poter attribuire un significato, non è altro che una uguaglianza tra due espressioni contenenti una o più variabili, dette incognite dove un insieme di valori sostituiti alle incognite verifica l'equazione, cioè ancora, rende vera l'uguaglianza. Ciò significa che la verifica dell’uguaglianza diventa la soluzione dell'equazione. L’equazione proposta nel saggio è l'equazione della crescita. Una eguaglianza a più incognite che, per l’autore, non solo dovrebbe spiegare perché le cose sono andate come sono andate, ma essa stessa propone una sua chiave di lettura secondo la quale la tendenza al declino, considerata come riduzione progressiva del tasso di crescita, non è altro che, paradossalmente, l’aspetto più interessante, o si potrebbe dire il costo, che presentano le società avanzate dal momento che il vero nemico della crescita economica è la crescita stessa. Per l’Italia il problema è più sensibile.

In realtà non vi è mai stata una manovra capace di redistribuire il reddito tra gli occupati e creare le premesse per favorire l’occupazione stessa. Redistribuire è un termine non facile. Può rappresentare un remake caro alle politiche socialiste. Ma distribuire le capacità di accesso ai beni e servizi potrebbe rappresentare un compito di civiltà oltre che di giustizia sociale che non ha un dominus nel calcolo statistico delle possibilità. In fondo nessun governo negli ultimi anni ha evitato manovre correttive autunnali e anche oggi, bonus o non bonus, non sembra che una politica economica poco orientata alla crescita, poco distributiva possa affidarsi ad un bonus del momento. Per molti sembra quasi che l’Italia dovrebbe esprimere un governo con caratteri fortemente keynesiani che, a dire il vero, oltre all’opinione dell’autore, non sarebbe così improbabilmente negativo. Il fatto che si realizzi il paradosso di raggiungere obiettivi di sinistra, con politiche di destra articolate su tali proposte non sarebbe un attentato ideologico alle ortodossie ideologiche di una scuola piuttosto che un’altra. L’una, quella di destra, cercherebbe di ridurre l’imposta societaria perché eviterebbe riduzioni dei margini. L’altra, quella di sinistra, tenderebbe a realizzare una flessibilità reale sul mercato del lavoro a tutela crescente. Una terza, collocata a metà strada delle precedenti, dal momento che non ci sono le risorse per ridurre il cuneo fiscale tenderebbe a ridurre il costo sociale alle imprese che creano occupazione. Plausibili tutte per un solo fatto: che nessuna delle tre proposte gode di una sua novità, e che tutte e tre condividono la medesima sorte: che insieme non sono mai state considerate quale fattori di programmi sinergici, di progetti politici strutturali di intervento. La prima, la riduzione dell’imposta societaria, in realtà, andrebbe collegata con la terza, ovvero con il ridurre il costo sociale per le imprese che creano occupazione.

Una conclusione condivisibile se non fosse che, entrambe, dovrebbero poi tener conto che non è solo il costo sociale che andrebbe rivisto quanto la pressione fiscale sugli utili che andrebbe rideterminata cecando di favorire, detassando magari, proprio quella parte di utili reinvestiti nell’attività di produzione o nell’allargamento della base occupata. La seconda, la flessibilità, certamente rappresenterebbe un modo per aumentare l’occupazione, ma sarebbero poi i tempi a decidere la reale capacità a contribuire alla crescita dei settori produttivi. In questo caso, riduzione dell’imposta societaria, contenimento del costo sociale del lavoro dovrebbero permettere maggior flessibilità e graduale assorbimento delle capacità e/o professionalità maturate facendo si che flessibilità e mobilità siano facce di un medesimo disegno di ridistribuzione del lavoro da un settore all’altro secondo le indicazioni del mercato. In fondo, è evidente che una economia industriale come quella italiana, ad esempio, non poteva contrarsi per fare spazio ad una economia di servizi. Se non altro perché, oggi, di industriale rimane poco, e di quel poco la ricchezza derivata é insufficiente a sostenere un’economia di servizi. La destrutturazione del modello economico-produttivo italiano, perché è questo il vero argomento sul quale provare ad articolare una politica di crescita, è il risultato di tesi economiche e politiche errate non solo governative ma volute, promosse e favorite proprio da studi che non hanno tenuto conto delle conseguenze di ciò che veniva proposto.

Trasformare un’economia reale in economia finanziaria ha ottenuto come risultato una riduzione, se non proprio una dispersione, di liquidità e un abbandono progressivo delle disponibilità e delle capacità di fare impresa. La fede nella delocalizzazione vantaggiosa e il trasferimento all’estero di imprese italiane, soprattutto tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, ha permesso, trasferendolo, una acquisizione di know how a culture che oggi sono nostre competitor su prodotti sino ieri Made in Italy, con un danno all’economia nazionale che percepiamo ogni giorno in termini di riduzione delle nostre capacità industriali. L’allargamento dei servizi con la demoltiplicazione di attività del terziario ha sottratto risorse agli altri due settori riducendo ogni possibilità di reinvestire in attività industriali e in innovazione. D’altra parte, lo scrive lo stesso autore, una economia industriale non può contrarsi per lasciare spazio ad una economia di servizi. E un’economia integrata e valutata sia sul piano industriale che su quello delle possibilità di reddito e di spesa, non può prescindere dal fare i conti con altri “fondamentali” richiesti all’atto dell’ingresso in un sistema monetario unico come quello realizzato sull’euro. Indebitamento e spesa pubblica limitano le possibilità di crescita e di occupazione per assenza di investimenti a spesa costante dei servizi. Ma crescere significa far riprendere la produzione e favorire l’aumento della domanda e dei consumi e garantire migliori e più efficienti servizi. E per far questo non si tratta né di abbattere né di aumentare il reddito pro-capite, ma di restituire potere d’acquisto ai salari e alle retribuzioni affrontando con serietà e non con l’immiserimento, il nodo del costo sociale del lavoro e di impresa aspetti complementari e indivisibili.

Il costo sociale del lavoro è e resta un aspetto complementare con la detassazione degli utili reinvestiti in progetti di occupazione e di investimenti, con l’abbattimento dei costi delle utenze per le attività industriali garantendo minori costi di insediamento nella fase di start-up. Con questo non si vuol dire che la ricerca di costanti e di leggi esplicative che dimostrino la tesi non sia giusto. La verità è, però, che non bisognerebbe mai dimenticare che l’economia non è una scienza fisica, poiché essa deve fare i conti con tendenze e propensioni dell’individuo, visto come soggetto attivo e destinatario del risultato economico. D’altra parte, quante analisi, statisticamente dimostrate, sono state scritte, presentate, proposte e provate in Italia da economisti più o meno accreditati nel mondo accademico? Eppure la crisi non solo non è stata evitata, ma neanche prevista nelle sue dinamiche e contenuta nel tempo, affrontata e gestita con saggezza. La verità è che così come il consenso politico è affidato ad un metodo assolutamente antipolitico con una politica non costruita sul fatto e sulle idee, ma sul gradimento sondaggistico, altrettanto le politiche economiche rispondono a necessità contingenti, di conquista e mantenimento del potere. In una società dove leadership verticali distruggono la politica orizzontale ogni considerazione sulla crescita si infrange sulla possibilità di mantenere uno status quo e ogni equazione si limiterà solo a dimostrare un’idea preconfezionata. E’ vero, migliorare i fondamentali è importante. Ma anche questa non è una novità. Migliorare il capitale umano, la tassazione delle imprese, la qualità delle istituzioni dovrebbero rientrare in una normale e concreta azione di governo. Anche perché, se così non sarà, raggiunto il limite della complessità possibile la conseguenza sarebbe fermarsi ad un reset, meglio di un default, ovvero raggiungere un time-out nel quale accordarsi una volta per tutte su una semplificazione delle relazioni economiche. E, tra tante teorie scritte, annunciate, pronunciate, applicate ognuna con i suoi pregi e difetti, non vorremmo dover ricorrere all’ultima, forse più semplice ed efficace proposta: quella di sentire cosa ne pensa e cosa ci consiglierebbe di fare un’esperta casalinga.


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