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Se il franco …svizzero si “smarca” dall’euro

[…] Io credo che le istituzioni bancarie siano più pericolose per le nostre libertà di quanto non lo siano gli eserciti permanenti. Se il popolo americano permetterà mai alle banche private di controllare l’emissione del denaro, dapprima attraverso l’inflazione e poi con la deflazione, le banche e le compagnie che nasceranno intorno alle banche priveranno il popolo dei suoi beni finché i loro figli si ritroveranno senza neanche una casa sul continente che i loro padri hanno conquistato. […]
 T. Jefferson – III presidente degli Stati Uniti





Le notizie di questi ultimi giorni sulle scelte della Banca Centrale della Confederazione e del suo governatore, Thomas Jordan, ci ricordano che il Paese d’oltralpe non è solo cioccolato e bon bon, o orologi con simpatici cucù dalla precisione, seppur ormai digitale, svizzera. Ci ricordano, a noi, “europei” di corta memoria, che la Svizzera è un protagonista che della sua equidistanza dalle turbolenze continentali, politiche ed economiche, ne ha fatto la ragione della sua storia.
 
La decisione di non condividere più il cosiddetto “pavimento” monetario, cioè un cambio fisso con l’euro, rientra nelle scelte che un Paese pienamente sovrano può prendere dal momento che la Confederazione non fa né parte dell’Unione Europea né ha, e non potrebbe averli, accordi o agreement di qualunque tipo e meno che mai vincolanti con la BCE. Ciò che sorprende, semmai, è la “sorpresa” della sorpresa, della BCE e degli speculatori, oltre che degli investitori. In realtà, non vi è alcuna sorpresa se la Patria dei Cantoni rammenta ad ognuno di noi quanto il franco svizzero sia da sempre una moneta di riferimento, tanto quanto lo fu il marco tedesco delle migliori performance prima dell’esperimento dell’Ecu, prim’ancora dell’Euro.

Forse è su questo sentimento nostalgico che qualcuno potrebbe rattristarsi per non aver considerato di far scorta di franchi in questi mesi, le banche in primis. Di non averci pensato. Di non aver tenuto conto che la Svizzera si sarebbe guardata prima o poi intorno, convinta che il “pavimento” fosse parte di un condominio di comodo, certo, ma non eterno. Un condominio che avrebbe potuto anche trascinare il franco in una possibile ondata inflazionistica e speculativa pronta a colpire l’euro azzerandone i vantaggi ottenuti. Così, in un momento di particolare fragilità dell’euro nei confronti del dollaro, e la notizia, singolare coincidenza, data due giorni prima della scelta elvetica, della volontà della BCE di dare corso con concretezza ad una operazione di Quantitative Easing (QE) - ovvero di alleggerimento quantitativo, cioè in soldoni, di immettere 500 milioni di euro sul mercato - avranno suggerito alla Schweizerische Nationalbank (SNB) l’urgenza di ritornare ad una politica finanziaria di equidistanza, di valutazione indipendente del controvalore euro/franco.

D’altra parte, una operazione di alleggerimento quantitativo può avere molti significati. Favorire un disimpegno delle banche da scelte finanziarie non più sostenibili, sia per quantità di liquidità impiegata che di rendimento non ottenuto. Può essere utile nei confronti di investimenti in titoli ad alto rischio cercandone lo smaltimento abbattendone il valore. Oppure per esprimere un tentativo di aumentare la liquidità delle banche europee, dopo averla bruciata nelle diverse piazze del mondo. Può essere strumento per favorire il rilancio della produttività e abbattere il costo dei finanziamenti alle imprese, ovvero per abbattere il costo del denaro giocando sulla riduzione dello spread. Ma può essere anche una liquidità che rimane a disposizione delle stesse banche, che possono ridepositare quanto ricevuto accontentandosi di un minor tasso di interesse per i loro depositi pur di avere maggiori garanzie e …nuove disponibilità.

Potrebbe essere strumento per far si che la BCE acquisti titoli di Stati dell’eurozona in difficoltà, cercando di ridurne il debito rilanciandone l’economia, restituendo credibilità politica ai loro governi e con essi all’UE. Potrebbe, una operazione di QE, essere ognuna delle possibilità precedenti e comunque portarci verso una pericolosa iperinflazione. Ecco, perché, ciò che può aver fatto trascorre la notte insonne al direttore della SNB è che pur accettando un calcolato rischio di una percentuale definita di inflazione strettamente connessa con l’operazione di QE, questa dovrebbe confrontarsi poi con il potere reale di acquisto dell’euro sui mercati; e ciò, forse, non è proprio quel che Berna vorrebbe per il suo franco. Cioè condividere in questo momento i dubbi e i pericoli di una possibile ondata iperinflattiva che potrebbe colpire l’Eurozona quale effetto della manovra di “alleggerimento”.

Una manovra, questa, che avrebbe potuto alleggerire anche il franco, e le casse, svizzere. E’ vero che il “pavimento” offerto dal franco svizzero poteva ben supportare sui mercati la credibilità della moneta europea preferendola al dollaro. Ma ieri erano altri tempi. Il “pavimento” per Berna è importante quanto l’edificio. Ma se alla BCE poteva sembrare, quello del franco, un buon “pavimento” forse per Berna l’edificio dell’euro non sembra più altrettanto sicuro. D’altra parte, siamo pratici, che senso avrebbe avere un bel “pavimento” se l’edificio, nonostante gli anni trascorsi, è ancora così traballante?


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