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Alta velocità: un Paese in ritardo

Nella contesa che si sviluppa nelle nostre periferie italo-francesi si sovrappongono sentimenti diversi. Emozioni ed opportunismi che dimostrano quanto la condivisione di progetti e di programmi sia una sorta di araba fenice in Italia, dovendo fare i conti con una manifestazione degli animi soltanto quando si è in prossimità di scadenze elettorali. Oppure, quando il localismo trova la forza di presentarsi come una realtà politica che si confronta con il centro riconoscendo, suo malgrado, al centro, il ruolo di essere quest’ultimo l’ulteriore interlocutore a cui le comunità più remote si affidano per tutelare propri interessi o chiedere determinati interventi.

Con tali premesse, nella vicenda dell’Alta Velocità in Val Susa, si sommano le contraddizioni di un sistema politico ormai poco articolato e che crede di passare ad un federalismo stantio incapace in prospettiva di riuscire a formulare proposte sinergiche in un quadro unico di strategia politica, di crescita della comunità rappresentata e della nazione laddove quest’ultima rimane il binario preferenziale per sostenere lo sviluppo della periferia. La verità che emerge in questi giorni, in queste ore, è che nell’immaginario collettivo del popolo dei cortei si perda sia il valore di una difesa di una comunità che le ragioni di un’opera, sociali ed economiche. In tutto questo sovrapporsi di ragioni e proteste ci si trova di fronte, insomma, ad una scelta progettuale abbandonata a se stessa.

Un progetto che soffre del momento. Di un tempo presente nel quale non è solo la valle messa in discussione con i timori ambientalisti, più o meno giustificati e più o meno strumentali, quanto la capacità dell’Italia e dell’Unione Europea di spiegare i progetti, cercarne il consenso con le comunità e dimostrare di realizzare opere che rientrano in un quadro complessivo di rimodulazione della mobilità delle merci e delle persone in tutto lo spazio UE.

L’Alta Velocità certamente rappresenta un motivo essenziale per ancorare l’Italia all’Est dell’Europa. Tuttavia, la realizzazione delle reti transeuropee non deve limitarsi ad essere espressione, e conseguenza, di un allargamento ad Est, quanto tessere una rete efficiente, condivisa e convissuta dalle comunità locali capace di aiutare il dialogo fra spazi sociali ed economici diversi, sostituendosi ad una comunicazione gommata lenta ed inquinante e abbattendo tempi di percorrenza che nell’economia della produzione e distribuzione determinano la differenza di costo, e, quindi, di competitività del bene. Se la Val Susa reagisce difendendo un patrimonio ambientale ciò non significa che non si possa anche difendere un’opportunità economica.

Probabilmente è sulla vera portata dell’impatto economico che le comunità valligiane non si sentono particolarmente convinte, tanto quanto chi sta a Sud non comprende, oggi, come mai sia più vantaggioso correre verso Est abbandonando, per l’ennesima volta, e fuori programma, un’Alta velocità che abbatta il ritardo, anche dei treni, oltre che dell’Italia, nella corsa allo sviluppo verso Sud, verso la porta mediterranea.


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