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Federalismo: oltre un semplice statuto

Siamo al punto di non ritorno. Forse non pensavamo di arrivarci ma ne abbiamo accelerato i tempi per effetto di due emergenze estive. La prima, l’esigenza del governo di dimostrare l’esistenza di un programma da seguire e da portare a termine. La seconda, quella delle regioni, chi più, chi meno, che scommettono sulla loro capacità di autogovernarsi in futuro. La prima esigenza, non disgiunta in verità dalla seconda, gioca molto sull’effetto Lega. Il federalismo, ovvero un certo federalismo, rappresenta l’ipoteca posta alla sopravvivenza dell’esecutivo in ragione di una fedeltà programmatica verso l’elettorato leghista che, nella dimensione statocentrica identifica l’origine dei propri mali. Una condizione di patologia politica causata da un virus secolare che attanaglia, non si capisce come e con quali effetti, le regioni più ricche del Paese. Non solo. La scelta di un federalismo, con un numero imprecisato di capitali, due, tre, forse tutte e venti per non fare torti a nessuno, getta già nel baratro una discussione che sa molto degli apprendisti costituzionalisti che trovano nel consiglio dei saggi, mutuato non si capisce bene da quale esperienza antropologica di ancestrale organizzazione sociale, la concreta autorappresentazione di una riforma istituzionale, è proprio il caso di dirlo, fatta in casa.

Il federalismo, inoltre, quel certo federalismo, si manifesta anche, e chiaramente, nei proclami e nelle dichiarazioni di un ministro per le riforme istituzionali che garantisce, in una lotta pseudo-federale alle pensioni/privilegi meridionali, secondo i manifesti affissi nelle lande assolate dell’Italia celtica, ma non troppo per merito nostro, che la Lega difenderà le pensioni dei lavoratori del Nord. Ma quali e quanti sono i lavoratori del Nord? Il federalismo rappresenta ancora, per il governo, l’avvio di una riorganizzazione dello Stato centrale visto come ultimo garante dell’equilibrio sociale e della solidarietà fra le Regioni, quasi come se ci si volesse assicurare, costituzionalizzata la nuova forma politico-amministrativa, che il futuro della Calabria, così come delle altre regioni, non possa sfuggire dall’interesse nazionale. Peccato che non si comprende ancora oggi quanto alla Lombardia di domani potrà interessare il futuro della Calabria più del Veneto o di un’altra regione qualsiasi. Per questo, però, in una visione nordista dello Stato italiano del futuro, il consiglio dei saggi, non professori costituzionalisti (ce ne sono troppi, e sono meridionali i più!) ma i politici cercheranno, a fine agosto, nel clima più mite delle montagne alpine, di formulare un disegno di legge che possa far nascere un nuovo movimento d’avanguardia nella tradizione costituzionalista occidentale, quasi una Bauhaus del diritto tutta latina. Un’architettura così d’avanguardia dell’assetto federalista del nuovo Stato di cui, forse, gli stessi saggi “saggiamente” non sanno, ancora oggi, in che termini definirlo: Lega a parte. Ma la parola d’ordine c’è già: federalismo solidale. E di questo, noi meridionali, li ringraziamo per la saggezza di non volerci abbandonare. Ma veniamo alla seconda esigenza, quella locale.

La corsa a dotarsi di una minicostituzione, ovvero di uno statuto, sembra essere l’aspetto più caratterizzante l’attività estiva dei consigli regionali e la Calabria ha superato il traguardo con un anticipo sorprendente. Dotarsi di uno statuto certamente attribuisce all’istituzione una sua identità politica, oltre che giuridica. Ma la verità è che la semplice adozione di uno statuto che risponda ad esigenze di contratto giuridico sull’assetto istituzionale, non solo fra chi esercita il potere rappresentativo ma fra questi e i cittadini, sottende una capacità di autogoverno che non può essere improvvisata e che non si acquisisce soltanto con un atto formale (mi chiedo, allora: perché non sottoporre ad un referendum regionale di approvazione uno statuto-costituzione?). Ora il passaggio al federalismo non è una cosa semplice se in assenza di giustificazioni storiche (ricordate gli Stati Uniti?) mancano almeno i presupposti strutturali per poter esprimere un governo locale. Le regioni del pragmatico Nord, ad esempio, non corrono verso il traguardo dello statuto ma si preoccupano di affermare la propria superiorità economica attraverso la definizione di modelli integrati politico-economici capaci di gestire in autonomia i propri destini e tali da giustificare, e pretendere, statuti adeguati conseguenti alle abilità di autogoverno ampiamente dimostrate. Già l’esperienza delle regioni a statuto speciale e le province autonome dispongono da tempo di una loro dimensione statutaria che disciplina i rapporti interni e quelli esterni con il potere centrale in un’ottica di un decentramento regionale già riconosciuto dalla Costituzione e che a stento è riuscito, comunque, a funzionare.

Ma le regioni più evolute certamente hanno i conti in regola, dispongono di saldi attivi, in termini di capitali e di servizi, che gli consentono di reggere l’impatto dell’autonomia prossima e di questo la Lega ne è consapevole. Per questo, il federalismo del Lario, maturato a Ponte di Legno, fra una birra e l’altra, coerentemente, gioca con le proprie carte preoccupandosi dell’immediato, della capacità di capitalizzare l’eccellenza dello sviluppo economico e delle performance amministrative raggiunte, e non dello statuto di domani: un dettaglio per loro, che hanno sempre avuto le idee chiare sul dove e come raggiungere una certa autonomia federale. Ciò che non si è percepito nella discussione sullo statuto, e sul significato dopo l’approvazione, infatti, è a quale tipo di federalismo il documento calabrese si ispiri e all’interno di quale dimensione ed identità politica la regione vorrà collocarsi in un futuro di governo locale maggiormente autonomistico superando un regionalismo non attuato nelle non poche possibilità già offerte alle autonomie locali dal costituente di autoamministrarsi. Il federalismo richiede, nella sua formulazione politica e quale istituto giuridico-costituzionale, un equilibrio strutturale fra potere politico ed economia dal basso verso l’alto e all’interno delle singole componenti sociali ed economiche della comunità amministrata. Richiede una capacità, già acquisita in formule decentrate di autogoverno offerte dal costituente del 1948, di condurre verso un futuro di crescita una comunità politicamente matura guidata da una classe politica altrettanto credibile. Una capacità che non può essere attribuita ad una previsione statutaria, di per sé generale, di fatto non sufficiente a garantire se non una stabilità numerica nemmeno una politica di governo. Disporre di un’economia capace di autodefinirsi in termini di offerta e di mercato, di servizi efficienti, di strutture formative coerenti e reali, di trasporti integrati e di una sanità altrettanto competitiva diminuiscono il senso di dipendenza e caratterizzano in termini vantaggiosamente funzionali una regione-Stato e ne giustificano l’esistenza, ne permettono la crescita. Rappresentano, cioè, le premesse a monte della costituzionalizzazione di una regione-stato moderna. Ed è questo ciò che giustifica l’autonomia richiesta.

Ma c’è un altro problema serio che si inserisce nella discussione estiva sul federalismo a Sud. È un terzo problema che aggiungo io. Quale sicurezza uno stato federale potrà assicurare alle comunità amministrate localmente? Quale sicurezza la dimensione locale potrà realizzare nelle aree in cui fenomeni criminali sempre più evoluti sono, di fatto, organizzazioni che dell’idea federale ne hanno acquisito i due aspetti determinanti: il controllo della dimensione locale e la transnazionalità delle attività per effetto di un ridotto, se non già marginale, ruolo dello Stato centrale? In una visione di arretramento politico dello Stato nazionale a favore di un modello federalista è difficile pensare che le organizzazioni mafiose non siano favorevoli ad una maggiore autonomia. La mafia non può non volere una dimensione federale. Il controllo sullo Stato centrale diventa difficoltoso, dispendioso e non più necessario spostando e decentrando ancor di più i centri decisionali del potere. Il controllo di una parte di territorio, amministrativamente autonomo, diventa più semplice e più funzionale ad un intreccio di interessi che si svolgono oltre gli stessi confini della regione e della nazione. Il carattere transnazionale della criminalità mafiosa dimostra, al di là degli assiomi dei rapporti, quanto si sia polverizzata l’idea dello Stato a favore di una possibile maggior penetrazione nel controllo del potere locale data dall’autonomia di gestione dello stesso e favorita, nei risultati, da una maggior libertà di movimento consentita proprio dalla relatività dei confini nazionali. Lo Stato centrale, con tutti i suoi difetti e anomalie, combatte la mafia. Il potere locale ne subisce l’iniziativa e le infiltrazioni più facilmente. Ma di questo non sembra importare a molti. L’importante è il traguardo formale di uno Statuto.


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