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Se il Nord, se il Sud

Un federalismo quasi possibile?

Il clima elettorale, come tutti sanno, determina una produzione inaspettata di idee che, generalmente, mancano allorquando a legislatura avviata ci sarebbe bisogno di contributi concreti che determinino una gestione coerente del Paese e ne garantiscano una proiezione credibile nell’ambito della regione politica nella quale si esprime la sua azione. Ciò che però preoccupa, e non poco, è la minor attenzione che al Sud si dà al referendum costituzionale. Non si tratta solo di una prima iniziativa storica di modifica di un articolo della Costituzione. Rappresenta l’appuntamento con una chiara scelta di amministrazione e di gestione del territorio e delle dinamiche che intervengono a dare un nuovo ruolo alle comunità regionali del nostro Paese.


Un appuntamento che, suo malgrado, risente della forza espressa dalle comunità non solo come soggetti politici ed economici ma come alternativa di governo in ragione di un decentramento di potere a favore delle periferie. Nonostante ciò, ci si meravigliò molto quando, federalismo si o federalismo no, nel maggio scorso apparve uno spettro neoassistenzialista quasi a suggellare un timore di “distacco” dal resto d’Italia come se la paura di un self made man si fosse impadronita completamente delle capacità meridionali di poter fare da soli. La sorpresa non poteva che essere giustificata in un momento in cui il Paese, sperando in un cambiamento, cercava di riproporsi in chiave elettorale nel tentativo di compiere quelle riforme necessarie per adeguare il modello costituzionale dello Stato su profili funzionali aderenti ad un’amministrazione decentrata più efficiente e flessibile, seppur nel rispetto delle riserve di sovranità nelle materie non delegabili, e più direttamente controllata dall’elettore-cittadino.

Nessun giovane del Sud è convinto della necessità di svuotare di significato lo Stato come massima categoria di organizzazione politica di una comunità, di far venir meno la sua funzione di mediazione nella crescita delle sue articolazioni, localmente omogenee, della comunità nazionale. E nessun giovane meridionale non può che riconoscere che è necessario, oltre che urgente, dare delle risposte concrete, in termini di capacità, ad un vento antimeridionalista che negli ultimi anni del secolo appena trascorso ha caratterizzato la dialettica politica, quasi sempre unidirezionale, in difesa di un federalismo tutto da scrivere, oltre che da capire per molti politici sicuramente, ancor oggi da studiare. Ma vedersi qualche mese fa in un “E se il Nord”[1] riproporre timori e paure di accordi o manifestazioni sottese ad un antimeridionalismo deciso in altre regioni, questo certamente non può giustificare una mancata volontà di confrontarsi direttamente in uno scontro dialettico sostenibile in ragione e in difesa di una nuova era di dignitosa crescita del Sud, con uomini del Sud, ottimizzandone le risorse al di là di qualunque vero o falso “patto” e di qualunque federalismo possibile.

Accordi, segreti o meno, fondi perequativi ed altre formule vere o meno vere che siano, create a dominare il Mezzogiorno in ragione delle imprese del Nord, non rappresenterebbero un problema né una semplice preoccupazione se al Sud, ed in Calabria, fossimo certi di avere le capacità e le risorse umane e materiali per gestire un’autonomia istituzionale prossima senza ricorrere al sostegno delle regioni più ricche. Una gara di concorrenza intellettuale prima e di capacità organizzative determinate da politiche di indirizzo con obiettivi definiti in ragione degli interessi delle comunità - orientate a valorizzare il territorio – poi da condurre in un clima di vero affrancamento dal bisogno e da un clientelismo di vecchia maniera che consolida poteri antichi fortemente vincolati a logiche centralistiche di stabilizzazione e di nepotistici passaggi di poltrone.

E se il Sud non comprende questa sfida, nemmeno il decentramento possibile o il federalismo di domani potrà accreditare il nostro meridione favorendo chi il Sud non lo vuole come partner o chi non vuole più, d’altra parte, sostenere l’onere di finanziare regioni in cui decidono pochi, mentre tanti cittadini sono ancor oggi privi di quei servizi che ne garantiscono la crescita culturale ed umana ancor prima che economica. Per questo, affrontare un decentramento possibile significa accettare la sfida di potersi affermare nel cuore del Mediterraneo, nel rispetto di un’identità nazionale, ma nell’alveo di proprie tradizioni e di una libertà culturale che ripropone il Mezzogiorno come un laboratorio di iniziative di crescita, di relazioni con i Paesi del bacino soprattutto in questi momenti di crisi. Difendere un federalismo possibile e sostenibile vuol dire dare alle autonomie locali la possibilità giuridica e l’opportunità dei fatti di poter ottimizzare le proprie risorse espresse in ragione di progetti di sviluppo reali. E tutto ciò perché, se si volesse essere fiduciosamente meridionali e attenti osservatori proprio il Nord, soprattutto nel futuro prossimo, non potrà fare a meno del Sud qualunque potrà essere la dimensione delle autonomie possibili.



[1] A. Loiero. Se il Nord. Bossi, Berlusconi e le sirene del federalismo fiscale. Donzelli. Roma, 2001


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