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Un federalismo senza appeal

La sfida per un’Italia federale si presenta come una commedia a più atti e più volte replicata. Vi è una sorta di replica, infatti, dello stesso programma che tenta di riformare un Paese costruito su un’architettura regionalistica attraverso formule di autonomia che mirano a mutare i rapporti con il centro per alcuni e garantire ambiti di privilegio per altri: le regioni a statuto speciale. Ma non è solo questo. La prova del federalismo che deve avere un contenuto prioritariamente costituzionale, non solo in termini di attuazione dei principi di cui al riformato art. 119, non è solo una scommessa su una nuova capacità di controllo e di impiego della spesa in termini di responsabilizzazione delle autonomie.

Essa è anche una scommessa sulla capacità di una nazione, se esiste come tale, di riformare se stessa per affermare un principio di identità condivisa nella diversità delle ragioni locali. In questo meriterebbe un approfondimento la stessa filosofia politica di Don Sturzo. Già nel 1919 Don Sturzo nel suo dire di uomini liberi e forti pose la possibilità di una maggior autonomia locale in una celata idea federale del Paese vista come un progetto fondato, costruito, sulle capacità locali e non sulle debolezze di uno Stato centrale. Ora, è vero che il federalismo non ci appartiene come cultura politica e che lo Stato italiano si è formato non attraverso un processo di riconoscimento degli Stati preunitari conquistati, ma con una loro annessione farsescamente plebiscitaria mirata a realizzare un modello centralista. Tuttavia il regionalismo del costituente repubblicano cercò di riorganizzare il Paese su basi di giustizia ed equità riconoscendo una certa autonomia alle singole comunità.

Oggi se il federalismo fiscale, nella sua concezione limitata al dato economico-contributivo, vuole rappresentare un elemento di riforma del Paese bisognerà essere consapevoli, se intellettualmente sinceri, che nessun cambiamento che vuole essere davvero tale può essere realizzato contro qualcuno. Il federalismo, in altre parole, e con esso il superamento di ogni privilegio autonomistico che sopravvive ad un regime speciale poco digerito in passato da altre limitate autonomie, deve mirare a costruire rapporti e relazioni complementari e non concorrenziali. Responsabilità e partecipazione, il richiamo alle popolazioni locali, al miglior popolarismo italiano sono i valori ideali a cui ispirare una riforma vera e solidale per non svuotarla, strada facendo, sia dei contenuti economici che sociali.

In questo senso, il dilemma se vengono prima le autonomie e poi le comunità o viceversa non può rappresentare l’ambiguità di una riforma che non risolve tale dubbio dal momento che un’incertezza interpretativa in tal senso si potrà presentare come un rischio di conflitto in futuro. La crescita di una comunità come quella di una nazione avviene attraverso l’impegno e la partecipazione. Impegno e partecipazione sono i due pilastri sui quali si costruisce quell’identità politica che si vuole realizzare dopo aver interiorizzato un’identità comune. Nella costruzione del federalismo, della “nuova” nazione e delle più responsabili comunità locali si dovrà puntare, allora, a garantire la formazione e diffusione di un ethos condiviso, a superare l’incapacità di critica e l’incapacità di giudicare i fatti e le situazioni perché viste unilateralmente come fatti o situazioni che non ci riguardano più.

Si tratta, in altre parole, di riuscire a credere nelle nostre capacità confrontandole con gli altri e ritenere che l’altro è parte di un’idea di Stato che comprende tutti. Significa rinunciare a rendite di autonomia speciale garantite da un regionalismo a due velocità per far decollare, se questo è il desiderio del Paese, un federalismo equo, solidale ma, soprattutto, senza geometrie variabili. Un federalismo senza assistenzialismi tutt’ora in voga, ben diversi da quelli del Sud e pagati anche dal Sud, garantiti da statuti regionali fin troppo speciali.


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