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Una Costituzione per pochi

Il Senato, il 23 marzo 2005, si pronunciava a favore del disegno di legge sulla devolution. Il Ddl sulla riforma della Costituzione veniva approvato con 162 voti favorevoli e 14 contrari. I senatori del centrosinistra non hanno partecipato al voto. Il disegno di legge, che sarebbe dovuto passare all’esame della Camera dei Deputati ha determinato molte occasioni di tensione. Nella maggioranza, interventi di dissenso sono arrivati dal centrista Renzo Gubert e dall’allora vicepresidente di Alleanza Nazionale e del Senato Domenico Fisichella. Per l’opposizione l’onorevole Gavino Angius, nel suo intervento, affermava che si trattava di un disegno di legge che “[…] mina l’unità nazionale, colpisce il Presidente della Repubblica e attribuisce al Presidente del Consiglio, chiamato primo ministro, un potere smisurato, di controllore assoluto del Governo. Ne è risultata una Costituzione che fa impressione per la sua farraginosità, la sua contraddittorietà, sostanzialmente inapplicabile, destinata ad accentuare conflitti istituzionali permanenti […]”.

Fra tanti interventi del 23 marzo al Senato certamente, ed in tutta franchezza, quello del senatore Gavino Angius, al di là di ogni colorazione politica sulle riforme costituzionali - è un eufemismo ovviamente - è sembrato quello più nazionalistico. Così come in una chiara analisi bipartisan della vicenda, l’opinione di Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera del 24 marzo 2005) dimostra quanto sia trasversale la preoccupazione degli italiani su una riforma della Costituzione repubblicana avvenuta in un clima di competizione personalistica condotta sulle spalle delle stesse istituzioni. La verità è che nulla si riforma se non cercando di calibrare un assetto dirigista che non realizza una migliore democrazia verso il basso ma, anzi, differenzia il Paese fra regioni libere di autodeterminarsi a prescindere da ogni interesse unitario, permettendo il consolidamento di un’Italia a più velocità. Credo che ci sia poco di sociale ormai in una riforma che depotenzia una Costituzione fondata sulla solidarietà nazionale. E credo che l’egoismo sociale di una parte del Paese prevalga in maniera chiara ed evidente e il tricolore, che per qualche formazione politica è stato la religione del passato, soffre di un continuo vilipendio nelle logiche di un ricatto interno agli interessi politici di coalizione, quasi come se una storia a volte drammatica per affermare un’idea di nazione nata e voluta dal Nord piemontese, e diretta da una classe politica tutt’altro che meridionale, si possa cancellare con un voto di maggioranza.

Una maggioranza dove le riforme della Carta Costituzionale, nei suoi aspetti più delicati di equilibrio e di pari dignità fra le Istituzioni, diventano termini di scambio per fini di longevità politica di un ministro. Da italiani dovremmo sentirci profondamente delusi per una riforma che coinvolge soltanto una parte del Paese nella sua espressione parlamentare e credere che il tricolore oggi sia soltanto un vessillo di circostanza, per funerali di Stato o per necessità elettorali. Ed è altrettanto singolare che la difesa dello Stato, come concezione politica di un Paese dotato di un’identità si sia trasferita verso i banchi di chi, sino a ieri, certamente non si distingueva per nazionalismo politico. Il tentativo di rideterminare una logica parziale nel voltare pagina alla Costituzione Repubblicana non può trovare spazio se non in un contesto solenne di partecipazione popolare alla decisione. Il mutamento dei termini contrattuali fra popolo e governanti richiede un approccio condiviso, l’unico possibile e necessario per evitare conflitti futuri e attribuire responsabilità dirette a tutte le componenti della società civile. Ogni logica padana diventa irrilevante di fronte al destino dell’Italia. Difendere una Costituzione, ancora oggi repubblicana e fortemente democratica, è un motivo di riconoscimento di una storia politica a cui tutti gli italiani hanno partecipato, combattenti e non combattenti.

Una Costituzione sociale capace di fondarsi sulla sovranità popolare ma anche di prevedere dei limiti a quest’ultima se necessari per evitare ogni possibile rischio di autocrazie sia popolari che non. Una Costituzione a cui si deve riconoscere il merito di aver saputo coniugare esigenze sociali con la libertà individuale. Una Costituzione che prevede già da sé un approccio autonomistico nell’attribuzione di potestà legislativa alle Regioni in materie che possono essere delegate ed il cui esercizio, nonostante il regionalismo stesso, non è stato pari alle aspettative del costituente del 1948. Oggi, anche le compagini tradizionalmente più nazionaliste hanno superato le premesse sociali adagiandosi su logiche di potere di chi finalmente è arrivato. E, fra tutte, si distingue la Lega. Infatti, se la Lega può essere capita nella sua incredibile corsa verso il depotenziamento progressivo dello Stato nazionale e dei suoi assetti sociali ed istituzionali, francamente è altrettanto incredibile che tutto questo avvenga con il consenso di chi dovrebbe difendere e garantire l’unità del Paese se non per mera coerenza di un passato abbandonato prima ancora di arrivare a Fiuggi. L’errore che viene commesso è, purtroppo, ancora oggi, sempre lo stesso: credere che chi non ha accesso ai santuari della politica sia così poco capace di capire da solo quale sia lo scenario che si materializza davanti ai suoi occhi. Ma è opinione diffusa, e molto bipartisan, che una riforma costituzionale non la si fa a colpi di maggioranza. Essa deve essere il risultato di una convergenza ratificata dalla volontà popolare. Ogni altro tentativo di aggirare le istituzioni nelle istituzioni rappresenta una condizione di vulnerabilità che favorisce le forze disgregatrici di un Paese ritornato alla democrazia soltanto da sessant’anni. Un Paese che non è ancora maturo per affacciarsi nell’arena mondiale con quella credibilità che dovrebbe caratterizzarlo, e dare valore aggiunto ad uno sforzo di identità nazionale condotto dagli uomini delle Forze Armate al di fuori dei nostri confini. Oggi è in gioco la necessità di difendere e garantire l’identità di Stato di fronte ad una volontà federale che si vuole costruire su un regionalismo imperfetto.

Un regionalismo non riuscito non per volontà del costituente ma per opera di chi il regionalismo in sé avrebbe dovuto realizzarlo come prima opportunità di autonomismo politico e amministrativo. Per colpa di chi, non riuscendo ad utilizzare ieri lo strumento regionale offerto dal costituente del 1948 chiede, oggi, di esser promosso alla classe superiore di un federalismo tutto da discutere. Identità nazionale, equità sociale, pari dignità nell’accesso ai servizi essenziali, equilibrio fra le istituzioni dello Stato e partecipazione dal basso rappresentano i valori su cui è stata costruita la nostra democrazia. Istruzione, pari opportunità del sapere, necessità di assicurare il diritto alla salute con una sanità non per pochi e un ordinamento giudiziario indipendente ed una sicurezza attribuita allo Stato come responsabilità strategica, rappresentano oggi valori sottratti allo Stato per aumentare il potere locale che di fatto avrebbe dovuto preoccuparsi del territorio e degli aspetti sociali propri nell’ambito di un quadro comune di riferimento: la nazione italiana. Oggi vorremmo che il destino del Paese fosse affidato a chi persegue l’interesse dell’Italia, dell’Italia di tutti, dai più favoriti ai più deboli garantendo pari dignità di accesso ai servizi e alle opportunità di crescita, in uno spirito di solidarietà amministrativa e di partecipazione collettiva, evitando premierati forti di cui già l’Italia vanta un triste passato.

Il futuro del Paese non può essere messo nelle mani di un progetto costituzionale formulato da alcuni saggi del momento trasformatisi in costituzionalisti ignorando fior fiori di giuristi presenti nelle nostre università. Le riforme non possono essere affidate a chiunque. Tanto meno a chi non sente questo Stato come un valore proprio, nel quale non si identifica, al quale ritiene di non appartenere. A chi non ricorda il sangue certamente non meridionale versato lungo il Po ed il Mincio nelle guerre piemontesi per l’indipendenza di un’Italia ideale rappresentata da un tricolore cisalpino. A chi dimentica e non onora l’Italia dell’irredentismo della Prima Guerra Mondiale, del riscatto di Trento e Trieste dalla dominazione asburgica ottenuto anche con il sangue dei soldati del Sud, dei contadini del Sud, e a chi ignora la stessa Italia nuovamente riscattatasi come identità nazionale e con onore partendo dalla Repubblica (Italiana) dell’Ossola, o dalle vallate cuneesi molto prossime al Monviso. Vallate, queste, certamente geograficamente e demograficamente non meridionali.


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