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Manovre estive

Lo scontro sull’entità della manovra economica e sulle aspettative sociali di una finanziaria che recuperi le classi medie non è un momento politico contingente. Ovvero, non riguarda soltanto l’approvazione del DPEF quale documento preliminare per la redazione del bilancio e per la condotta dell’esercizio finanziario del 2005. È la rappresentazione scenica delle scarse contiguità, ideologiche e programmatiche, queste ultime dove fossero ancora presenti, fra anime diverse tutte caratterizzate da storie diverse, da esperienze politiche ed aspettative, soprattutto, di governo molto dissimili se non addirittura inconciliabili nel più ottimistico dei compromessi e di regie possibili.

Come sempre, in Italia, i conti si regolano non prima ma dopo aver vinto. Ovvero, non ci si sofferma nella realizzazione di un programma definito da tutti i partiti della maggioranza, sottoponendolo a verifiche continue, in progressione, sulla sua attuazione o meno. Si attende un risultato. Si aspetta, fra una consultazione o l’altra, politica o amministrativa o europea che sia, di affermare una leadership alternativa. Una nuova configurazione delle maggioranze o delle coalizioni al di là di ogni ipotesi di partenza che ha portato la stessa coalizione al governo. Così, oggi, per la vittoria di alcuni, si ritiene che un innalzamento di qualche punto percentuale possa rappresentare un’apertura di credito di una forza sull’altra, costringendo, finalmente - non avendolo fatto prima per opportunità evidenti, attendendo deleghe mai conferite - la coalizione in un regolamento a porte socchiuse.
 
Tutto ciò per soddisfare elettori insoddisfatti o correnti interne che sul tavolo delle trattative offrono i voti e propongono riforme dettate molto di più da proprie valutazioni interne che da lealismo nei confronti della maggioranza a cui si riferiscono.  La verità è che le ultime elezioni europee, e l’andamento delle amministrative, hanno segnato un risultato importante non nella scelta di uno schieramento ma nell’indicazione dei punti di governo che non sono condivisi dall’elettorato, e che non erano già condivisi da molti dell’elettorato di destra. Poca destra al governo non significa nulla. Il problema è che vi era e vi è, oggi, poco di sociale nel governo. E queste, in un orientamento liberale erano le premesse già a monte del voto del 2001.
 
Tremonti, vittima di se stesso, era già stato ministro e lo sarebbe stato ancora dopo la vittoria delle ultime politiche: un ministero annunciato insomma. Così le idee, soprattutto tecniche, di un ministro che indubbiamente è un tecnico si possono tecnicamente non condividere ma non mutare quanto le divergenze economiche non possono attendere una scadenza per verifiche di potere vista la delicatezza di finanziare un Paese.  La verità è che le emergenze in questo momento sono ben altre e la querelle così iniziata rischia di fuorviarci dall’orizzonte politico. Guardare alla semplice politica economica, seppur importante per gli assetti dell’immediato futuro della società italiana e per i servizi offerti, non deve impedire di individuare nell’Italia solidale e produttiva l’unica vera formula per garantire continuità alla democraticità del Paese e offrire un’apprezzabile qualità della vita con pari opportunità di accesso.
 
La manovra economica è prioritaria certamente. Ed è urgente ridefinire i limiti del ceto medio produttivo e non radicalizzare la divisione della società italiana, fra chi ha molto e chi poco, guardando l’accesso ai servizi e alle opportunità di lavoro e di contribuzione alle spese. Ma per garantire tutto questo, il successo di una manovra economico-finanziaria è indispensabile tanto quanto ricollocare l’interesse nazionale al centro della politica di un esecutivo, per renderla credibile, efficace e condivisa. Tanto credibile quanto sarà possibile anche un federalismo regionale che non snaturi l’identità del Paese, che tuteli le differenze ma in una casa sentita come comune.
 
Per questo, manovra e opportunità segnano al pari di federalismo ed unità il momento critico della coalizione. Una scommessa che si gioca nel riconquistare non solo l’italianità perduta, al Nord, nell’abbandono concordato del terreno politico del Nord, ma difendendo pari dignità di cittadini quali destinatari di servizi e responsabili della crescita del Paese. Tutti, indistintamente.


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