Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Una festa per pochi

Roma: Parata del 2 giugno festa della Repubblica2 giugno. Festa della Repubblica. Festa di un Paese rinato dal dramma della guerra e costruito nell’incertezza di un futuro. Ricordo di una scelta istituzionale fra un modello -quello monarchico- che ha pagato il disastro della sua politica provinciale e reo di non aver rappresentato il Paese adeguatamente nelle necessità della nuova Europa, di averlo abbandonato al totalitarismo, e una formula nuova, laica, solidale, fondata su una Carta Costituzionale che riconosce i diritti del singolo individuo ma tutela il valore sociale dello Stato. Ma il 2 giugno non è solo questo.

Rappresenta il momento in cui ognuno cerca di ritrovare un’identità necessaria per potersi definire cittadino di qualcosa, del mondo sicuramente, ma anche di una propria cultura, di una propria storia, di un passato da condividere nella sua diversità di fronte ad un futuro ancora oggi non privo di incertezze. Rappresenta il momento in cui si fa il bilancio del sentimento nazionale, di quanto ne esista ancora oggi consapevoli che, solo per il fatto di sopravvivere, esso è quel valore aggiunto che giustifica un’Italia. Ma il 2 giugno rischia di essere una ricorrenza in cui la retorica pre-elettorale tenterà di impossessarsene attraverso un movimento trasversale che, nella sua radicalità, accomuna tutti, destra e sinistra, nazionalisti, pacifisti dell’ultima ora, oltranzisti padani. Ognuno cercherà di impossessarsene nel tentativo di massificarne il significato secondo la propria interpretazione.

Chi assurgerà ad essere il paladino dell’unico interesse per il quale si batte, gli italiani, tutti si spera, e poi sopporta le danze padane di un ministro che si sente poco italiano, soprattutto nei colori. O chi cercherà di dimostrarsi pacifista ad oltranza senza comprendere che un pacifismo irresponsabilmente non costruttivo indebolisce la credibilità di un Paese e lo affida alla violenza dell’altro. È difficile sentirsi italiani in questo momento di gran confusione. È stato difficile sentirsi italiani quando un ministro in cravatta verde non ha sentito l’opportunità, per dovere di carica, di evitare di offendere l’italianità ritenendola un disvalore di cui ci si debba quasi vergognare esorcizzandone l’esistenza con una danza calcistica.

Così, è stato difficile sentirsi italiani quando chi con un tricolore nel simbolo continua ad accodarsi alle volontà di chi, in cravatta verde, il tricolore lo considera poco meno che un vessillo d’altri tempi se non peggio, e comunque, non un valore, anzi. E sarà difficile sentirsi italiani nel momento in cui invece di offrire un obiettivo ad una missione militare, al di là delle valutazioni sulla legittimità o meno di una guerra, la si strumentalizza per finalità di mera dialettica politica. E sarà difficile, ancora, sentirsi italiani, quando alle logiche della politica di Stato si sostituiranno i metodi della politica del mercato, dimenticandosi che le regole sociali della solidarietà e dell’eguaglianza all’accesso ai servizi non rispondono a termini utilitaristici d’impresa. Dove solidarietà per il più debole non significa certamente affermare l’esistenza di cittadini italiani di serie cadette.

Per questo, di fronte ad una festa-occasione per tutti, consapevoli della persistenza di una polemica reiterata verso pacifici pacificatori, o inconcludenti nazionalismi strumentalmente ostaggi di un federalismo incerto, poco italiano, molto padano, penso che ci sentiremmo in festa veramente in pochi. Quei pochi che non credono che si debba affidare il ruolo di rivivere la nostra memoria ad una bara con sopra un tricolore. Nè ad una politica che gioca sul compromesso mistificando valori che non sono evidentemente condivisi da tutti, dove l’italianità si svende ora alle condizioni del verde alleato di turno, ora all’internazionale pacifista poco pacificatrice favorita dall’indecisione e dal caos di chi crea nuovi mezzi di trasporto, politico ovviamente, e poi non ne ha la patente per riuscire a condurli su strade sicure e certe.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.