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La Santa Alleanza.

Per la Padania si è trattata di una “inquietante frase del papa: “semo romani”. Il quotidiano leghista ha, infatti, stigmatizzato la battuta papale criticando con forza l’uso del romanesco fatto da Giovanni Paolo II durante l'udienza al clero romano. Il giornale padano non si è fatta sfuggire l'occasione per sottolineare ancora una volta Roma quale origine del lassismo politico, amministrativo e, ovviamente, anche religioso, senza lesinare critiche anche al Concilio Vaticano II.

La vita politica del paese non è solo un grande gioco di posizioni, di dichiarazioni e di dialettiche considerazioni nate all'interno delle singole componenti. E', soprattutto oggi, una vera e propria rielaborazione ideologico-opportunista che trascina con se tutto e tutti: Papa compreso. La miopia politica dei leaders storici in questi ultimi giorni ha presentato il suo prezzo, quasi come se fosse una novità ormai, ad una classe dirigente che crede di poter amalgamare al suo interno, in un esercizio gastronomico da ricettario regionale, richieste e aspettative, diverse storicamente, socialmente, incompatibili fra di loro.

I patti elettorali di coalizione sono come i patti militari. Funzionano solo per gli obiettivi condivisi e immediati. Difficile impegnare gli animi e le volontà sui programmi a lunga scadenza tanto quanto su finalità strategiche definite nel tempo. L'Italia più di ogni altra nazione ha dimostrato che la sua forza è sempre stata dotata di una temporaneità atavica. Così, ad esempio, la capacità militare esprimibile soltanto in termini di coalizione è pari alla forza politica rappresentata dalle alleanze del momento. Purtroppo le logiche di coalizione hanno anch'esse un prezzo poichè l'alleato di ieri si trasforma ben presto nel nemico di oggi o di domani. Una consapevolezza che non può essere mistificata neanche dalle regole del compromesso che, sostenibile o meno, resta una formula temporanea e, pertanto, non dotata di longevità politica appunto nè di strategicità elettorale in prospettiva.

Per questo, se per qualcuno è sorprendente il dissacrante commento alla romanicità del Papa, o al suo esser stato romanesco in un suo momento di spirito oltre che di spiritualità, ciò dimostra quanto e come essere dissacranti e non rispettare un'autorità non solo religiosa ma umana e umanamente tale, è il simbolo definitivo di quanto sia fertile il retroterra politico di una forza asseritamene di destra ma non nazionalista, populista per pochi e antidemocratica per tutti, tollerante per gli eletti e radicalmente e totalmente ghettizzante per gli sfortunati.

In un clima così chiaro un'alleanza politica, quanto quella militare, dimostra che non vi sono più i benchè minimi presupposti per combattere una battaglia di democrazia e di civiltà per uno Stato che si chiama, speriamo ancora non per poco, Italia. Le derive padane diventano man mano le derive di una destra nazionalista e sociale che, al di là del liberismo forzista in fondo non radicato nella storia del Paese, non comprende il limite di un'alleanza e l'inizio dell'isolamento.
 
Qui non si tratta più di essere dell'uno o dell'altro schieramento secondo polarità comunque fragili. Il vero dramma è la compatibilità fra gruppi all'interno dei poli e le contraddizioni verso destra sono evidentemente forti, comprensibili, spiegabili, evidenti: chiare!

La romanità del Papa dimostra quanto uno straniero si senta legato al Paese più di chi professandosi italiano ieri, ha agito storicamente per l'Unità d'Italia realizzata da Nord verso Sud e da uomini e da una casata del Nord. Un Papa italiano più di chi, comunque, deve al Paese, seppur con i suoi limiti e gli scandali di ogni tempo, Tangentopoli compresa, l'essere parte di un processo di integrazione regionale che è il risultato della prima repubblica. U risultato che la seconda, forse per questo seconda, non riesce a riproporre pur ereditando un credito non indifferente e depauperando le possibilità fra un senato federale poco regionale e un europeismo da direttorio degli esclusi.

Non sapremo quanto Sua Santità riuscirà ad apprezzare la lingua del Nord, che non esiste in verità. Forse ne apprezzerà i dialetti, sicuramente molti di più dei tre dizionari che gli sono stati inviati. Forse dovremmo regalare a sua Santità un dizionario anche della lingua calabrese, ammesso che sia proponibile in termini di omogeneità, un'opera simile. Ciò che è vero è che probabilmente dovremmo indirizzare qualche libro di storia a chi la storia l'ha fatta per farci spiegare, una volta per tutte, come mai l'Italia è stata voluta dal Nord, creata dal Nord, Roma conquistata dai bersaglieri piemontesi e l'Italia unita gestita da una classe politica certamente non meridionale.

Poi discuteremo di tutto, ma non diamo la colpa di semo romani a chi si sente italiano perchè ha condiviso da sempre un'idea e una lingua del Nord. E discuteremo, anche, con chi, in questa Santa Alleanza con un Nord antitaliano, oggi convive con la certezza, e l'ansia, che la fine politica delle coalizioni diventa l'unica chance per la sopravvivenza altrettanto politica di un ideale: l'unità, nel rispetto delle autonomie del Paese. Un'unità fondata sull'equità sociale della comunità nel rispetto delle opportunità del singolo, tutelando i più deboli per uno Stato forte, che dia fiducia alla giustizia, che vinca nella lotta alla credibilità esterna senza pacche sulle spalle dell'amico-leader di turno. Che tragga il meglio dai valori cristiani e laici che sono alla base della vita civile dello Stato e della sua esistenza. Che identificano l'Italia in quanto tale e non ne dissacrano la storia e l'immagine nel mondo.
 
Solo così potranno esserci riforme giuste, amministrativamente efficienti, socialmente eque, economicamente liberali e non liberiste. E poi svolteremo a Fiuggi come a Varese, passando per Roma, convinti di essere comunque italiani e l'inquietudine di un giornale non sarà l'incubo del Paese ma l'espressione infelice di chi cerca uno scoop sulla pelle di chiunque purchè sia o si senta italiano.


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