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Navigazione a vista

La capacità di condurre una nave lungo la sua rotta dipende sempre dall’abilità di un valido comandante, dalla preparazione professionale dell’equipaggio, in un certo modo dalla strumentazione e dalla tecnologia di cui il comandante dispone, e soltanto in misura relativa dalle condizioni del mare che, soggette alle vicende metereologiche, possono cambiare repentinamente. Il mare della politica non sembra essere molto diverso. Ce ne accorgiamo ogni giorno fra una cronaca dal transatlantico parlamentare, una trasvolata transoceanica, molto frequente in questo periodo, un tuffo nelle acque magmatiche di una lotta eterna contro una mafia che si disarticola da se, o travolti periodicamente, fra lodi, crisi, regie di amori impossibili, da un torrente in piena che trascina le incertezze ed i dubbi di una classe politica che ancora non sa nuotare.

Ora, al di là del sarcasmo estivo, mi sia concesso, fra un bagno nello Jonio e l’altro, guardando alle onde da una parte e ai contrafforti aspromontani dall’altra cerco di interpretare quanto leggo sui giornali da persona appassionata ai destini della propria nazione e della propria regione (è ancora dei calabresi vero?). Così, mi sembra, che la navigazione a vista sia l’aspetto più caratterizzante l’indirizzo politico espresso da una governance nazionale che crolla periodicamente e si riprende subito dopo, sull’interpretazione di una norma di diritto richiesta da chi il diritto lo dovrebbe conoscere suo malgrado, e da una governance locale che non sembra percorrere delle rotte sicure su mari conosciuti.

Tre sono gli aspetti che caratterizzano questa prima parte d’estate. Uno internazionale. Il secondo squisitamente nazionale. Il terzo, per quanto calabrese, locale.

Il primo. Si osserva da qualche mese una ridefinizione della politica estera sempre più orientata a promuovere un’identità unica, quasi personale, al di là delle più individualistiche scelte andreottiane dell’ultimo decennio del secolo scorso. Fra un viaggio negli Stati Uniti ed un’avventura moscovita, l’Italia, che stenta ad avere un proprio profilo in politica estera, sembra affidarsi all’abilità del capo dell’esecutivo di svolgere la propria funzione prediligendo i contatti personali, da general contractor, dimenticandosi, forse, che la nazione è un’entità astrattamente concepita nel ricondurre all’interno di essa cittadini che nella diversità riconoscono alcuni valori fondamentali di convivenza che li uniscono. Così, al di là di qualunque alleanza sembra che sia prevalente, in ogni cancelleria, la posizione del premier e che qualunque volontà parlamentare di discutere argomenti di politica internazionale sia essenzialmente un qualcosa di strumentale. Atlantismo ed europeismo inclusi. Pertanto, navigando a vista il Paese non sa ancora oggi quale sia la vera collocazione dell’Italia verso l’Europa, verso gli Stati Uniti e verso la Russia di Putin. Siamo consapevoli però dei rischi: terrorismo compreso.

Il secondo. La stabilità di un Paese è data dalla credibilità di chi guida lo Stato, di chi ne ricerca e propone obiettivi che possano garantire l’equilibrio nella diversità di tutte le componenti sociali che lo compongono. Orientare gli sforzi sulla ridefinizione di uno dei tre poteri fondamentali può anche essere giusto se finalizzato all’ottimizzazione delle formule e delle regole a cui poi il cittadino, qualunque cittadino, dovrà conformarsi o ne dovrà rispondere. Un confronto diretto fra potere esecutivo e potere giudiziario non è un confronto auspicabile. In un certo senso si ha l’impressione che la necessità di dotarsi di una giustizia poco autonoma sia una priorità. Ma in un sistema democratico in cui separazione dei poteri non significa non garantire anche l’equilibrio fra gli stessi, l’autonomia del sistema giudiziario diventa un aspetto delicato e l’argomento principale su cui si gioca la credibilità dello Stato nell’esercitare la sua concreta ed effettiva pretesa punitiva di fronte ad un fatto-reato, al di là delle qualità di chi lo ha commesso. Se poi l’incertezza regna anche nelle regole del programma di governo, ecco la necessità di un neodicastero. Un nuovo ministero, senza portafoglio, che si pone come garante dell’attuazione di un programma, quasi una scialuppa di salvataggio, la cui definizione dovrebbe già essere in se nell’azione dei singoli ministeri e garantita dall’unità di indirizzo politico, e di programma quindi, che spetta, poichè costituzionalmente attribuita, al presidente del Consiglio ( vi ricordate l’art. 95 della Costituzione?). Ma si sa in un’ottica di grandi opere le tecniche ingegneristiche non sono compatibili con la giuridicità dei termini e degli effetti delle costituzioni e delle architetture giuridico-costituzionali.

Il terzo. Restiamo nel tema, tecnico ovviamente. Teoremi ed architetture politico-giuridiche rappresentano la costellazione di un fenomeno criminale che da secoli ormai caratterizza e criminalizza la Calabria. Anzi. Oggi si dice che la ‘ndrangheta sia estremamente virulenta ed abbia subito un’evoluzione in termini di qualità di espressione criminale. Che strano. Dicevamo le stesse cose al liceo di Cittanova ventidue anni fa. Ora, al di là delle polemiche sulla relazione e sulle incertezze circa la qualità e natura dei mandanti, ora occulti, ora un pò meno, a volte …, è vero che si arricchisce con i proventi del traffico delle sostanze stupefacenti e ha ramificazioni internazionali. Ma non sembra una novità determinante. Ma non eravamo in clima di globalizzazione? Quale forma di organizzazione criminale non si riarticola in chiave transnazionale? Anche la criminalità albanese ha capito che il mercato più si allarga e maggiori sono le fonti di guadagno e le possibilità di un controllo diffuso degli investimenti fuori piazza. D’altra parte, è estremamente singolare che una popolazione di due milioni e mezzo di abitanti abbia a disposizione per il contrasto un numero considerevole di forze dell’ordine per un rapporto quasi di un operatore di polizia per meno di 200 abitanti, undici tribunali, e altrettante procure, e, per ora, due corti di Appello.

Continuo a guardare il mio mare e il mio Aspromonte e mi chiedo: forse bisognerebbe andare a scuola di navigazione. Fra strumenti giuridici ed analisi puntuali. Navigare a vista richiede abilità e consenso da parte dell’equipaggio, favorevoli e meno favorevoli. Richiede perizia nautica e razionalizzazione delle forze e degli sforzi. Richiede chiarezza di rotta e dominio del mare. In questo modo si evita il naufragio o, al limite, se ne accettano le conseguenze e si condividono i rischi, soprattutto i rischi cercando di ancorarsi ad un futuro più concreto se si (ri)tocca terra.


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