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Un paese diviso

Democrazia litigiosa in cerca di stabilità

Terrorismo o meno, l’altalena delle proposte e la saccenza tipica di un periodo di confusione dimostrano quanto sia favorevole, per la fantasia dell’uomo politico italiano, o di ciò che resta di tale species nell’estinzione progressiva delle personalità e delle idee, un clima di incertezza di obiettivi o di assenza di progettualità politica. Senza rendercene conto il Paese si è diviso. Pretestuosamente, volutamente, o strumentalmente, ma non è questo il problema. Il fatto è che il Paese si e diviso con toni aspri, mancando di comprensione o di dialettica politica vera. Una dialettica fondata su ragioni di diritto e su interessi sociali, temperando il dominio del mercato con l’obiettivo di mitigare la provvisorietà dell’occupazione e la necessità di una flessibilità, seppur importante ragione di efficienza e di ottimizzazione produttiva, con formule sociali di garanzia.

Non si tratta di ridipingere in toni tradizionali una risuddivisione di classe, e spiegare tutto ciò che è accaduto nelle ultime settimane quale risultato di un risveglio politico ideologico di un’entità eversiva. Ma sembra strano che in Italia, periodicamente, forse per pigrizia intellettuale, si ridefiniscano i nomi e si riscriva la storia o si ridiscuta sui termini. Qualunque riforma, sull’art.18 o su altro, che rappresentano un modo di ridefinire norme prodotte in un certo momento storico, risultato di processi culturali e politici comunque affermatisi in maniera giuridicamente formale e definita, non sono di per sé riforme dotate di eternità e di un’ineluttabilità applicativa.

Certamente meritano il rispetto della formulazione e delle motivazioni a monte quale maturità dimostrata, in periodi di alta tensione sociale, da un’opinione pubblica e da una classe politica che, condivisibile o meno, ha segnato un’epoca. Ma la sfida di oggi è cosa ben più ardua e delicata dovendoci confrontare con sintomi interni di divisione sociale e ruolo internazionale su scenari, questa volta, ad alta fluidità e a noi prossimi.E così, si parla spesso di riforme, o si attuano riorganizzazioni strutturali riconducendo istituzioni di polizia nel quadro di una maggior autonomia decisionale ed organica, ma si dimentica che qualunque operazione di benchmarking, non può prescindere da una riqualificazione delle risorse umane. Una qualificazione capace di offrire al Paese un giusto equilibrio, ed un’altrettanto efficace ridefinizione delle competenze, evitando inefficaci sovrapposizioni che non permettono un’unitarietà di azione e di analisi nel contrasto a forme di criminalità organizzata o eversive. Sovrapposizioni che, però, servono a moltiplicare posizioni per carriere di vertice geriatricamente improduttive e giurassiche attribuzioni di competenze, al di fuori di ogni logica di aderenza ad uno scenario certamente complesso e che richiede coerenza e credibilità.

Parcellizzazione di unità in servizi strettamente non operativi, logiche di pianificazione dettate da un’emergenza continua e non preventivata negli effetti, minor incidenza delle attività infoinvestigative a monte se non nel contrasto immediato ad effetti consumatisi alla ricerca di un movente. Operazioni che si disarticolano di fronte alla polverizzazione degli elementi di prova mutuati da una prassi derivata dai maxiprocessi conclusisi con maxiassoluzioni, quali manifestazioni patologiche di un’approssimativa ridefinizione processuale delle attività, rappresentano il male oscuro di un sistema di sicurezza interno che non può dimostrarsi efficiente, blindando ora questa o quell’altra area, o scortando tutti e senza scortare nessuno in fondo.

La sicurezza rappresenta un fattore importante nella crescita di una comunità politica. E, quale fattore, tanto è più fondamentale e determinante quanto altrettanto determinante sarà la sua qualità. Ovvero, la qualità delle risorse umane e la specificità dei ruoli e l’aderenza delle articolazioni istituzionali allo scenario di azione. Qualità ed efficienza diventano, così, rapidità decisionale e capacità di analisi e di previsione degli effetti. Altrimenti vivremo sempre in una costante e snervante emergenza, in una provvisorietà quotidiana…

E tutto questo, parafrasando, non è bello per una democrazia litigiosa in cerca di stabilità.


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