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Miopie da crisi collaterali.

Fine anticipata di una legislatura. Di nuovo al voto per le “politiche” del 2008. La qualità della politica? Sempre il solito abitudinario basso profilo. La nuova legge elettorale? Definita dai promotori…una porcata!

Il presidente Giorgio Napolitano con il premier Romano Prodi
Dimissioni di un esecutivo. Una storia già vista. Un’eventualità poco sorprendente per il panorama politico nazionale. Eppure ancora oggi si cerca di guardare a formule “nuove” di coalizione o a riformare l’ennesima legge elettorale probabilmente per non andare all’essenza del problema, alla vera patologia di un sistema politico che presenta evidenti segni di instabilità ideologica e di principio. Di fronte agli ultimi avvenimenti dobbiamo concludere, per serietà intellettuale, che nessuna legge elettorale potrà garantire una nuova stagione per una politica nazionale che si ferma nelle sue manifestazioni alle solite ragioni di partito.

E, ciò, perché non si vuole guardare alle cause della patologia per formulare diagnosi vere e, soprattutto, valide nel risolvere una reiterata cultura politica della provvisorietà. Una provvisorietà che non si dimostra soltanto con la brevità degli esecutivi ma, anche, per incapacità delle compagini governative più durature di definire una linea di indirizzo programmatico coerente sin dall’avvio della legislatura. Cambiare un governo oggi, sia esso espressione ancora di una possibile coalizione politica o manifestazione tecnica di una necessità di sopravvivenza di legislatura, non muterebbe i termini della crisi. Al contrario ingesserebbe, ancora una volta, un processo di riforma necessario che non è la riforma dello Stato in senso istituzionale, ma la riforma della politica nella sostanza, nella qualità di chi responsabilmente se ne assume l’onere di farla, nella sua credibilità.

Cercare di affidare ad una nuova legge elettorale il destino del Paese non è una grande trovata. Certo il sistema scelto dall’ultimo legislatore non è il massimo della garanzia della rappresentatività e della partecipazione del cittadino al processo elettorale. Tuttavia, una riformulazione ulteriore del sistema di voto rappresenterebbe, guardando ai risultati, solo un tecnicismo apparente perché di modelli elettorali ne abbiamo provati diversi. La verità è che in politica non vi sono solo maggioranze numeriche, ma ci dovrebbero essere anche maggioranze politiche. Maggioranze, queste ultime, ancorate ad una visione condivisa di un programma e di un orizzonte di governo verso il quale ogni singolo componente dell’esecutivo, e della coalizione che lo sostiene, dovrebbe tendere.

Ecco perché, nella fine di questo esecutivo si assiste all’esaurimento per consunzione di una concezione della politica e di chi la esprime. Una classe politica fine a se stessa, vittima del suo stesso consociativismo. Oggi la sinistra si trova di fronte al problema di una deriva estremistica per ragioni di consenso elettorale, con una sofferenza dei Democratici di Sinistra perché a rischio di assimilazione omologante in un neocentrismo postdemocristiano che sarà inevitabile. La destra, a sua volta, è costretta, al di là di ogni ottimistica dichiarazione d’intenti, a fare i conti con la presenza di partiti come la Lega e l’Unione di Centro, entrambi in assenza di una riformulazione della qualità delle singole individualità dal momento che né l’una, la Lega, né l’altro, l’UdC, sono così dotati di una sostanziale capacità di condividere un orizzonte allargato dell’interesse nazionale e di collocazione parlamentare veramente identitaria.

Ciò di cui ha bisogno il Paese oggi non è, quindi, l’ennesima analisi tecnicamente adeguata. Bensì una manifestazione di buon senso delle segreterie politiche per essere criticamente e politicamente corretti sul ruolo dei partiti e sulle scelte dei cittadini. Questo perché solo attraverso un esame critico della vicenda e del possibile futuro si potrà costruire un modello più maturo di democrazia occidentale. Un modello che superi le anacronistiche ragioni gerarchiche delle segreterie di partito e che eviti la reiterazione di interessi convergenti su personalismi del momento.

Personalismi che ostacolano, a sinistra, ogni possibilità di incontro delle anime post e neo-riformiste nel Partito Democratico, e a destra la capacità di affrontare l’avventura di una sintesi politicamente efficace in una dimensione culturale, laica e popolare, che possa fare da contraltare dialettico nel confronto politico e programmatico di domani. Se così non sarà, ci troveremmo di fronte alla prosecuzione di una lenta agonia. L’agonia di un malato che si ostina a rifiutare la cura per non uscire da un senso di protezione garantito dalla sua condizione e assicurarsi, ancora per molto tempo, un sicuro, vantaggioso, posto letto.


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