Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Il futuro dell’Italia nel tempo presente

Momenti di minor serenità politica ed economica caratterizzano il nostro quotidiano in questi giorni di passione. Una passione vissuta per un futuro sempre più appeso all’andamento di un indice di borsa e ad una politica orientata a superare qualunque sentimento sociale di riforma condivisa: sia essa costituzionale, di sistema, o di quei servizi che dovrebbero esprimere un alto valore per il Paese come l’istruzione. La deriva della sinistra, l’incapacità di Veltroni di costruire un’alternativa ideologica destrutturando la tradizione diessina una volta per tutte, il populismo di parte di Di Pietro e della Lega, che si avvicinano quali estremi prossimi nei modi, sostituiscono rispettivamente sia la vera sinistra riformista che il declino di Alleanza Nazionale, quest’ultima ostaggio delle correnti gerarchiche che attendono di dividersi il futuro del partito e di Forza Italia.

Momenti di minor serenità politica ed economica caratterizzano il nostro quotidianRiforme e crisi di sistema si sovrappongono man mano creando una confusione tra vizi e virtù di una politica che di se stessa racconta solo quanto basta, quanto è utile a giustificare un’azione possibile, ma non indirizzata a dichiarare un progetto condiviso di ricostruzione di un Paese che vacilla alternandosi tra una destra molto personalistica, e senza dibattito interno, ed una sinistra che non va oltre la dialettica interna. Il federalismo accattivante costruito su ragioni condivisibili, ma spostato su piani contabili e legislativi dimostrati dalle vicende dell’Ici o della trasmigrazione in ipotesi di nuova tassazione comunale degli immobili e la trasformazione possibile dei sindaci in borgomastri sono due aspetti che dimostrano come si voglia continuare a garantire isole di potere individuale.

Tutto questo, riducendo il ruolo dello Stato a calmieratore di sentimenti, animi e speranze. La chiusura dell’accesso della società civile alla politica, il monopolio dei partiti sulla vita sociale ed economica dei cittadini, l’esclusione di ogni idea che non sia conforme all’interesse di parte del momento rappresentano alcuni dei campanelli di allarme per una società ripiegatasi su rendite di posizione conquistate da chi governa o da chi regge l’economia del Paese. Una struttura oligarchica che rischia, al di là delle intenzioni manifestate pubblicamente, di far affondare ogni ragionevole processo di cambiamento. Un risultato che matura fisiologicamente ogni giorno dal momento che, in definitiva, la classe politica si autoalimenta e si autoriproduce senza alcun contributo di un cittadino ormai relegato ad essere un semplice ratificatore delle scelte altrui.

Ebbene, se questo è il quadro dell’Italia del nuovo corso, diventa anche logica conseguenza andare oltre. Il futuro, nella sua provvisorietà del divenire degli eventi e delle idee, sembra essere molto ben delineato agli occhi di un osservatore attento. Il Presidente del Consiglio ha ben chiare le idee su quali obiettivi raggiungere come e attraverso chi. La Presidenza della Repubblica rappresenta, infatti, l’obiettivo sempre più dichiarato che il leader dell’aggregazione di centrodestra intende perseguire. Per questo scopo si è rinunciato ad un governo di larghe intese, o di responsabilità istituzionale, scegliendo di andare alle elezioni, comunque e al di là di tutto, raggiungendo un risultato pronosticato ma che era molto chiaramente nell’aria.

Ricandidature per necessità, completate con nuove entrate, si sono presentate come fedelmente orientate a rispondere in futuro all’obiettivo del leader: il voto per la conquista del Quirinale. E per tale scopo che sono state scelte alcune personalità particolarmente significative a cui attribuire la condotta delle riforme possibili, l’azione di governo e la legislazione delegata lasciando agli altri parlamentari della maggioranza lo stesso compito attribuito agli elettori: votare in aula il già deciso i decreti legge in conversione, esprimere solo una dignità notarile di ratifica. Ma ciò non esaurisce l’analisi. Se si guarda anche alle prossime consultazioni europee la volontà di creare un bacino allargato di condizionamento delle scelte politiche complessive del Paese è rappresentato dal disegno non solo di blindare le candidature a monte, ma di privare della preferenza il cittadino-elettore fissando uno sbarramento al 4-5%, salvo contrattazioni dell’ultima ora.

Una scelta di tale condizionamento degli orientamenti elettorali non può non far sorgere il ragionevole dubbio che, per modalità di approvazione di simili “correttivi”, esista necessariamente un accordo. Un accordo al di sopra della politica di partito a cui va ricondotta un’altra strategia trasversale a cui parte della sinistra non guarderebbe con sfavore: favorire l’uscita di scena del premier attraverso la sua elezione a Capo dello Stato, chiedendo come diritto di passaggio, dopo le sue dimissioni, che il prossimo esecutivo sia pienamente istituzionale, concordato con una sinistra “democratica” e “responsabile”, che voterà a favore purché sia partecipe nella compagine del futuro esecutivo. Uno scenario non di fantapolitica, ma costruito man mano coerentemente con le tradizioni di una politica del Paese nel quale l’ambiguità e il paradosso si misurano come strumenti dialettici e di programma sostanziali con la realtà dei fatti.

Una strategia di passaggio condizionato che sarà condotta a spese del Paese e dello stesso “Partito” della Libertà il quale, di fronte a tanto, potrà garantire ben poca sopravvivenza politica ai propri senatori e deputati oggi in carica. Un’ipotesi realisticamente possibile se si continua a governare così come lo si fa oggi, non strutturando il Popolo della Libertà in un movimento diverso, finalmente dotato di cultura politica ed istituzionale. Una situazione che rischia, qualora si dovesse avverare, di determinare una pericolosa deriva populista a destra, e a sinistra una rivolta delle anime più critiche escluse dal gioco: nel primo caso ai danni di ciò che resterà del nocciolo duro di Forza Italia e dei resti di Alleanza Nazionale in crisi di identità sempre più profonda; nel secondo caso ai danni del Partito Democratico allorquando quest’ultimo si accingerà a partecipare alla guida dell’Italia della transizione nel governo istituzionale che verrà con il leader di Forza Italia già Capo dello Stato.

Un risultato possibile, insomma, per chiudere un’epoca, per ricollocare nel gioco delle parti una sinistra in affanno e garantire magari ad un “vecchio” leader della bicamerale di qualche anno fa la successione a Berlusconi alla Presidenza della Repubblica negli anni che verranno.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.