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Sardegna. Il crollo di un'idea privata dei contenuti

Elezioni Regionali in Sardegna 2009Ci sono momenti della storia nei quali le idee sono strumento di confronto e di lotta politica. Ed è questa la storia dei sistemi politici del Novecento europeo. Ci sono momenti della storia nei quali le idee richiedono a chi le usa di superare formule burocratiche che ingessano i contenuti, di evitare la stasi delle menti, di impedire che si perdano di vista le ragioni e le aspettative di un nuovo elettorato, di avere il coraggio di superare i vecchi volti e dare alla novità il giusto spazio per crescere ed affermarsi. La formula del Partito Democratico, per la sinistra italiana, doveva rappresentare un modello di partito “aperto”. Ovvero, una sorta di contenitore sburocratizzato da segreterie e leadership litigiose.

Un contenitore che oltre a coagulare le idee e la cultura di una sinistra sopravvissuta alla fine della Guerra Fredda avrebbe dovuto offrire al Paese, in una logica bipolare reale e intellettualmente corretta, un riformismo socialdemocratico che l’Italia non ha mai avuto. Dalla socialdemocrazia del PSDI di Saragat -ben lontana dalla socialdemocrazia tedesca- imploso nella sua aderenza a formule ambigue di prossimità ad un centrosinistra svuotato nei contenuti dall’ambivalenza democristiana, superata l’edizione italiana dell’eurocomunismo di Berlinguer e altrettanto conclusasi con non pochi drammi la parentesi del socialismo decisionista craxiano, il Partito Democratico si è presentato con i limiti oggettivi di sempre: una sorta di rimaquillage della sinistra nella quale i democratici post-PCI si sono attribuiti la paternità di una transizione verso un riformismo mai chiarito, nei contenuti e nelle azioni da condurre.

In questo ciò che è sopravvissuta è la politica del partito “chiuso”. Una logica neopartitocratrica -favorita anche dalla legge elettorale voluta senza troppi no anche da una parte della sinistra DS- per la quale ogni novità, ogni possibile tendenza di inserimento di idee non omologate alle segreterie delle correnti si è infranta nella corsa alla ricerca del successo senza cambiamenti delle leadership: troppe per un partito unico. La deriva del Partito Democratico, la sconfitta in Sardegna, sono in realtà due controsviluppi della stessa medaglia dove l’una è causa ed effetto dell’altra dal momento che è la struttura, la guida, e come sceglierla, del Partito Democratico che è in discussione.

Oggi anime diverse si presentano nuovamente a far capolino nelle dinamiche di potere e sulle ceneri della débacle veltroniana. Quelle cattoliche ambiguamente alla ricerca di un compromesso ideologico, ma senza convinzione, deluse di aver perso la paternità dell’idea originaria conquistata dalla maggior esperienza dei DS. Quelle laiche, socialiste -ma sarebbe meglio dire postcomuniste e, visti i risultati e i litigi, non sinceramente riformiste- che nel Partito Democratico hanno cercato solo di riproporre un senso di partito, di appartenenza, superando l’evidente caduta di consensi che i Democratici di Sinistra stavano subendo. Una rivisitazione di immagine operata credendo che solo un’etichetta nuova avrebbe potuto conquistare l’elettore a prescindere dai contenuti e dalla credibilità dei leader.

Di fronte a ciò, la sconfitta in Sardegna può anche rappresentare l’insuccesso di Veltroni o del candidato veltroniano, ma non è solo questo. Essa è anche la sconfitta di un partito nuovo solo nominalmente poiché strutturato partitocraticamente. Un partito nel quale società civile e libera intellettualità sono ritenuti solo strumentali alle necessità elettorali del momento e non valore aggiunto per il futuro se non omologate nella cultura del partito o rispondenti alle aspettative dei capi. La vera lezione, insomma, è che la partitocrazia non è scomparsa con l’avvio dell’era del PD e con la fine dei vari cespugli. Essa fa capolino nelle dinamiche interne al Partito Democratico ogni volta che è in gioco il potere nel partito dal momento che le strutture funzionano ancora mutuando assetti pseudosocietari con gerarchie, carriere e incarichi. Un sistema dialetticamente ingessato, una politica e una classe dirigente autoreferenziale, mentre al contrario, il Paese avrebbe necessità di superare la burocrazia del partito chiuso e favorire la prospettiva di “partiti aperti”, a sinistra come a destra.La prospettiva di partiti capaci di esistere nel momento del confronto, presentandosi con propri programmi e con uomini e donne migliori per realizzarli.

Uomini e donne che non possono crescere solo “nel partito”, professando politiche frutto di un punto di vista teorico avulso dalla quotidianità, dal territorio, dal vivere e dal lavorare nella società. Uomini e donne che devono mettersi in gioco in quell’Italia dell’impegno civile che aborrisce la politica di professione e che crede che la politica sia solo uno strumento per servire un’idea, una comunità, il Paese senza rendite di posizione. Uomini e donne che devono avere riconosciuto quel valore aggiunto dato dal fare e non solamente dal dire. Solo in questo modo la sconfitta in Sardegna potrebbe avere un significato non solo per il Partito Democratico, ma per il futuro del sistema politico di una società aperta, matura, occidentale e moderna. Un modello nel quale sia il ricambio di uomini e di idee, sia l’accesso non precluso a chi non fa parte del club dovrebbero rappresentare i fattori essenziali del rinnovamento progressivo della vita politica del Paese. Un modello di democrazia dal basso e dalla società nel quale andrebbero ricercate le migliori soluzioni per affermare una responsabilità condivisa in chi opera per il cittadino, affidandone il futuro a chi si è impegnato nei diversi settori della vita pubblica o di impresa.

Un futuro che richiede, per affermare una novità, ben altro che una simpatia neoclintoniana per una dimensione postcomunista e postulivista giunta alla resa dei conti con se stessa. Quella dimensione di indipendenza politica dell’uomo dagli schemi di ieri che, nel gioco in Sardegna, ha sacrificato un presidente e un candidato per inseguire il solito cambiamento di poltrone nelle segreterie romane che non cambierà nulla, ancora per molto, in Italia. Una dimostrazione che, oltre il risultato, il successo politico, qualunque ne sia il colore in competizione, prescinde molto spesso dalla volontà di perseguirlo e riduce la regione, soprattutto se del nostro Sud, a vittima sacrificale senza dignità elettorale in un terreno da resa dei conti interno. Una resa dei conti giocata molto spesso sulla trasversalità delle intese, accettando anche la vittoria dell’avversario se questo è il prezzo per affermare un senso di potere interno che consolida le leadership di sempre, ma che non assicura ancora una volta limpidezza e lealtà nel confronto politico.


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