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Paradigmi (o slogan) elettorali

L’Italia ogni giorno che passa appare come un Paese che naviga in un mare nebbioso, dove le poche schiarite verso orizzonti limitati sono caratterizzate dalle intemperanze di chi crede di offrire la propria opinione o presentare il proprio dissenso in risposta ad una visione troppo particolare dei fatti. Non solo. A ciò vi si aggiungono le posizioni di partiti che esauriscono i loro contenuti in una serie di paradigmi da campagna elettorale privando di ogni contenuto i programmi -sempre più sostituiti da slogan- e rinunciando a dare risposte adeguate alla comunità nazionale.  Una manifestazione chiara e di dubbio gusto politico -se ha ancora un senso e una dignità il fare politica per il nostro Paese- a cui si aggiunge una campagna elettorale condotta sottotono quasi vi fosse una sorta di ordine di low profile tatticamente pensato, una partecipazione al confronto di modelli di partito che non rinunciano alla loro fragilità ideologica per adeguarsi, in breve tempo, allo spirito di una competizione sempre più gestita dal loro vertice.

Guardando al centrodestra, ad esempio, la storia dell’ultimo decennio ha dimostrato quanto il Popolo delle Libertà si sia presentato come un cartello elettorale. Certamente non è un partito tradizionale né, tanto meno, un partito “aperto” nell’accezione più liberal del termine. Dal 1994 ad oggi, infatti, ne sono state date ben tre versioni del movimento/coalizione/partito ancorandole alle contingenze elettorali del momento, privandole, perché non c’erano in realtà, di un’architettura di idee che neanche nell’ultimo congresso -in verità il primo in senso assoluto del centrodestra- si sono manifestate con una dichiarazione di valori e di storia condivisa a cui riferirsi. Il rischio dell’arcipelago di centrodestra, tenuto insieme non da un legame storico-ideale ma dall’energia del premier, è di essere soprattutto il controsviluppo della rivoluzione nei prodotti televisivi che ne hanno condizionato il modello stesso di fare politica e il grado di fidelizzazione raggiungibile.

Il Partito democratico, dal canto suo, ha perso l’iniziale capacità di coagulo delle forze riformiste destrutturando l’architettura iniziale in virtù di un prevalere delle singole leadership che sopravvivono alla costellazione politica della sinistra moderata di qualche anno fa. La vera novità, al di là della crescita emotiva di Lega e di Italia dei valori, e ammesso che sia tale, è che i leader politici, e non solo il premier, per molti aspetti hanno assunto atteggiamenti e comportamenti, in un’epoca caratterizzata dall’uso della comunicazione persuasiva, in linea con il prodotto televisivo. Hanno cioè, e continuano a farlo, interpretato se stessi come prodotti mediatici, modellando atteggiamenti e contenuti allo schermo, trasformando tutta la vita politica in un grande reality show.

In questo gioco al ribasso della qualità della politica italiana, al di là delle critiche sui movimenti giovanili e sulle reazioni studentesche di Torino degli ultimi giorni, credo che tale risultato sia dovuto ad un impoverimento progressivo del valore dell’impegno civile e di poco rispetto del valore delle Istituzioni. Dal poco rispetto della loro storia, del costo altissimo pagato da molti italiani, e non ultimi per cultura e dignità, e per difendere le quali ogni singolo rappresentante politico che si accinge ad entrarvi per farne parte o dirigerle dovrebbe riconoscere a se stesso prima di tutto se ha la pari dignità di chi le ha tutelate, difese, garantito la sopravvivenza anche nei limiti di una democrazia giovane e fragile come la nostra. Una fragilità del sistema Paese risultato di un impegno politico svuotato di contenuti, sostituito dalla vendita virtuale di immagini e competenze certificate all’occorrenza e presentate in termini di prodotto da mercato. Prodotti pronto consumo che lasciano fuori risorse di qualunque esperienza già presenti nel Paese e capaci, che ben potrebbero fare in Europa perché già “formate” culturalmente e professionalmente per ogni occorrenza, nelle università come nel mondo del lavoro o delle istituzioni pubbliche.

Una conseguenza del modello consumistico di una politica da grande distribuzione, da televendita, da risparmio (se non mortificazione) delle menti, da candidati scelti sull’onda di una pianificazione promozionale con piccoli investimenti senza costi di idee. Investimenti facili, senza grandi pretese che devono evitare qualunque rischio di un pensiero interno divergente sull’indirizzo stesso del partito, magari con sconti sull’età di giovani promesse scelte per nascondere quell’abbattimento dello spirito critico e della volontà di partecipazione di molti coetanei allontanatisi, per effetto di messaggi adeguati e lusinghe di facili successi e consumi, dalla vita politica del Paese. Lauree certificate a priori o spese come titoli validi solo se appartenenti ai prescelti, utili a giustificare scelte condotte su altri elementi, sembrano appartenere ad un disegno di discredito del valore della cultura, quella vera, della capacità di analisi e di valutazione che viene esclusa molto spesso nelle logiche di partito o di leadership perché a volte a rischio di obiettività. Capacità di discrimine e di proposta, oltre che di soluzione, che dovrebbero al contrario, proprio per questo, essere apprezzate dalla leadership per garantire credibilità al partito medesimo. Quasi come se decidere a prescindere, e far ratificare agli altri inquilini del condominio senza interloquire, possa dare giustizia a quella politica del fare sempre più predicata, ma affidata alle qualità di dubbio tenore del singolo e non all’esperienza di vita valutata dagli altri, da coloro che vorrebbero da questi essere rappresentati.

L’abbandono della qualità e dei contenuti di una politica discussa, del fare costruito sulla capacità del gruppo e non sull’arrivismo di ognuno, fa si che oggi il vero modello italiano, con una presenza di meno del 60% di laureati in Parlamento -agli inizi del 900 era il 90% con un 10% non laureato ma di comprovato impegno politico- sia quello camaleontico di un post-trasformismo che si consuma nelle scelte di un capo o di una corrente, dove questo è possibile, in una cooptazione emozionale se non proprio emotiva e, per questo, priva di lungimiranza. In questa prospettiva l’Italia tenta ancora una volta di sopravvivere come nazione e comunità attraverso un sistema politico sclerotico e senza novità perché non sono novità le ricercate e poche facce nuove ma le idee, i contenuti, il fare perché si sa cosa si vuol fare, perché si rappresenta con la propria vita e con la propria formazione qualcosa e qualcuno, non semplicemente noi stessi e gli egoismi di un successo personale da conseguire a tutti i costi.

Approssimandoci alle Europee, insomma, gli elettori sono consapevoli che non voteranno alcun programma politico, forse un insieme di slogan, di happening messi sulla carta perché, in realtà, si votano posizioni, seggi, persone funzionali al potere di leadership di cui ogni candidato eletto ne sarà espressione. Si ratificheranno scelte altrui e strategie elettive già decise nel gioco della ripartizione delle preferenze amministrate dai partiti, dal leader di turno, a spese di parte degli altri candidati di lista, magari per consolidare una politica difficilmente credibile che poco dovrebbe avere a che fare con la libertà di pari competizione, oltre che con l’impegno e il significato di rappresentatività che il mandato elettorale dovrebbe avere nel risultato del …vinca il migliore. Un mandato che certamente non sarà per tutti orientato in una prospettiva europeista di partecipazione consapevole, vera, piena, mancando in Italia una reale considerazione dell’Istituzione europea. Mancando, soprattutto, un’idea chiara di che cosa ci aspettiamo dall’essere parte dell’Unione, che ruolo intendiamo giocare, come e, soprattutto, attraverso quali rappresentanti.


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