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Geografie politiche in movimento

Francamente credo che ci sia ben poco da dire di fronte ad un risultato delle appena concluse consultazioni elettorali per il rinnovo del Parlamento Europeo soprattutto in Italia. O, almeno, credo che ci sia ben poco da recriminare ai reciproci avversari dal momento che una campagna elettorale così di basso profilo, senza programmi, con candidati senza appannaggi di idee e senza alcun riferimento con il territorio, soprattutto per il Popolo delle Libertà, ha contraddistinto una serie improvvida di happening promozionali. Interventi tutti giocati su due livelli: il contrasto al governo per la sinistra, aiutata da un gossip quasi surreale offerto da una poca coscienza e consapevolezza del senso dello Stato, e una destra che ha cercato il “pieno” elettorale convinta che il semplice nome di un leader potesse “trainare” sine die un consenso indiscusso, sino ad oggi.

Non è così e non è stato così. Sondaggi, previsioni, più o meno attendibili, più o meno plausibili sono sprofondati nelle conclusioni di molti analisti di buon senso che dovevano essere maggiormente seguiti. Astensionismo, assolutamente prevedibile se non voluto o auspicato come tattica elettorale per abbassare il quantum di voti necessario dimenticandosi che un’arma simile ha sempre due facce e può rivelarsi fatale anche per chi oggi ne attribuisce la causa del mancato pieno elettorale. Candidati blasonati per ruolo politico e istituzionale, proposti all’elettore sapendo già che si sarebbero dimessi senza rispettare il mandato ricevuto con il voto, si sono dimostrate scelte farlocche, poco ingannevoli, certamente non serie nel ritenere che più del partito e dell’area ideale rappresentata possa sempre “tirare” il nome più o meno importante inserito nella lista. Nulla di tutto questo.

Di fronte ad un simile “stop” dell’avanzata del Popolo delle Libertà il premier dovrebbe guardare molto più concretamente ai dati, chiedersi del perché molti elettori di centrodestra si siano astenuti dal voto ed evitare, tra le altre motivazioni, di imputare a vario titolo colpe o trovare giustificazioni magari pensare che la vendita di Kakà possa rappresentare una buona causa dell’astensionismo milanista. Credo che l’avversario meriti rispetto tanto quanto meritino rispetto i propri elettori confusi da una serie interminabile di indicazioni di preferenza provenienti dal Partito che hanno confuso le già poco chiare idee di molti cittadini che hanno scelto, tra l’altro, di premiare il radicamento territoriale della Lega. E, ancora non basta, berlusconismo e dipietrismo sono entrambi i controsviluppi di un medesimo modo di fare politica in termini di partito-azienda o partito-padrone. Un modo che premia, ovviamente, il padrone che comunica meglio con i suoi stessi candidati e con gli elettori, almeno sino a che il feeling emotivo resiste.

Ebbene, al di là delle vicende del Partito Democratico, Italia dei Valori si è offerta come alternativa ad una sinistra in cerca di autore. Una sinistra pirandelliana nelle dinamiche interne che si guarda intorno invece di guardarsi dal di dentro e processare delle leadership che sopravvivono ancora oggi e ne impediscono di maturare oggi almeno come opposizione di garanzia perché fatta di contenuti. Di fronte ad un Partito del Popolo delle Libertà che si trincera nella sua mezza vittoria a nulla dovrebbe servire consolarsi che in casa altrui non vada meglio. Lega e Italia dei Valori ipotecano il futuro nel breve termine senza sconti al di là degli accordi possibili. L’unica certezza è che la Lega non lesinerà di affermare il proprio diritto elettorale di ottenere la candidatura alla Presidenza delle Regioni Piemonte e Veneto.

Un risultato politico certamente non molto digeribile per un centrodestra che dovrà faticare non poco per difendere posizioni di leadership al Nord con una classe politica, partendo dall’Europa, fatta di belle new entry, di politici d’azienda e giovani funzionali alle logiche di partito di sempre. Quelle logiche che si volevano abbattere e che, al contrario, sopravvivono negli assetti e nelle organizzazioni di una destra che in molti vorrebbero popolare e non populista e, soprattutto, aperta al confronto interno e alla società civile. Quella società civile che doveva essere la novità del PdL affondata nelle candidature e nell’architettura del partito in una struttura che ricorda esperienze d’altri tempi e, a volte, non tipiche della destra libertaria e popolare.


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