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Un Paese Senza Bussola

Finita la guerra dei lodi, assicurata una sorta di par condicio nel turbinio delle vite poco private ma molto pubbliche nelle debolezze personali dei nostri uomini politici, di fronte ad un Paese che si ritiene in crescita probabilmente con una prospettiva da gambero in corsa -visto che non vi sono riassorbimenti significativi di lavoratori in Cassa Integrazione né, tanto meno, ripresa delle commesse estere soprattutto per far ripartire la produzione delle imprese che non hanno ancora chiuso- il teatro politico si presenta con il solito canovaccio. Riforme paventate, minacciate, necessarie, condivise o meno, sicuramente confuse, processi ritenuti politici solo perché sono “politici” gli imputati. Costituzione da riformare passando sopra ai diritti delle minoranze e del popolo, di destra e di sinistra, svilendone il senso di contratto democratico valido per tutti.

Partitocrazia dei leader in auge, scontro all’interno di una maggioranza in bilico che resiste all’urto dei propri scontenti non molto silenziosi grazie alla forza mediatica e personale del premier, sono tutti aspetti che segnano un momento particolarmente delicato del nostro essere nazione. Dimostrano quanto si sia perso il gusto di ritenere superiore l’interesse del Paese al di là di ogni personalismo di maniera. Quanto si sia andato oltre il giustificarsi, interpretando male il volere degli elettori, considerando tutto possibile per presunta legittimazione popolare che non credo sia anche legittimità a superare i limiti del potere. Che non può giustificare il venir meno del rispetto delle istituzioni, l’eguaglianza di fronte alla legge, l’eleganza di una dialettica politica da riportare all’interno di uno stile che non appartiene ai nostri parlamentari, espressioni, questi ultimi -perché così voluti nel reclutamento preelettorale che ha puntato sulla media cultura- di una scelta fatta evitando scomode, ingestibili, eccellenze di pensiero preferendo le capacità materiali di contributi finanziari alla causa o prossimità di interesse.

Oggi il Paese è testimone di una simile deriva di idee, prim’ancora che morale. E’ testimone soprattutto della poca considerazione verso il bene pubblico, un’offesa, questa, all’intelligenza e alla dignità di ogni cittadino italiano onesto, senza distinzioni di sesso, razza, religione o di colore politico, che stenta ad arrivare alla fine del mese e che non credo pensi al lusso di potersi concedere escort o viados, né da strada né d’eccellenza, ma che cerca ogni giorno di soddisfare, facendosi i conti in tasca, le esigenze di vita dei propri cari. Un cittadino che dimostra, nella sua quotidianità, una superiorità morale ed etica che va al di sopra del politico e del potere dal quale non credo si senta più rappresentato dal momento che è stato defraudato elettoralmente del diritto di scelta.

L’Italia di oggi è un Paese senza bussola. E lo è, paradossalmente, soprattutto per chi si sente uomo di destra, per colui che ha della destra l’immagine di un’area che si dovrebbe porre ad estrema difesa delle istituzioni nazionali, della giustizia molto più di quanto non si possa dire per chi della propaganda pseudoliberale ne ha fatto, da qualche anno a questa parte, più un cavallo pro domo sua che non una pregiudiziale politica e programmatica di un governo lungimirante, soprattutto credibile per gli stessi elettori. Snobbare l’opposizione, sottovalutare il pericolo Lega che tende a erodere progressivamente consensi al Pdl non solo nel Nord del Paese, guardare alle prossime elezioni regionali come l’occasione per distribuire ennesime investiture dall’alto non rende giustizia ad un Paese che dovrebbe avere un senso molto occidentale, e poco sudamericano, della democrazia rappresentativa e compiuta.

Tuttavia, ciononostante, oggi possiamo dire di avere alcune certezze. Qualunque siano le opinioni di ognuno di noi, di destra, di sinistra, di centro o di altrove, e comunque andranno le sorti di un Paese che stenta ad orientarsi sul proprio futuro, dobbiamo ammettere, in barba ad ogni accademica analisi sulla democrazia, che tra tanto il Presidente del Consiglio due cose è riuscito a fare.

La prima, ridurre il Parlamento ad un non luogo politico e i parlamentari ad una categoria di persone diciamo …non molto necessarie per il Paese, dimostrando che sono, entrambi, manifestamente non rilevanti nella produzione legislativa e nell’economia dell’esercizio del potere reale.

La seconda, e per questo dovremmo essere riconoscenti, dare anche all'Italia, bipartisan nello scandalo, il gusto della satira politica attraverso i media. Un aspetto, questo, che potrebbe al contrario del pensiero immediato, sortire un effetto a medio termine non di rabbia, tutt’altro. Quello di restituire, cioè, man mano al cittadino il gusto di fare politica in futuro superando ingombranti fardelli morali altrui, gli imbarazzi al confrontarsi, l’insicurezza di affidare a chi non è stato da questi scelto il proprio destino. Far si che avvenga quel salto di qualità che ancora oggi non c'è stato. Favorire quel processo postberlusconiano necessario di riappropriazione popolare della vita politica del Paese che non potrà non presentarsi, prima o poi, con i conti, politici e morali, maturati in questi tempi.

Un processo che segue un percorso tortuoso tipico della storia di un’ancor giovane democrazia come la nostra. Una democrazia ostaggio ieri del confronto tra comunismo d'occasione e antifascismo retorico, più di recente di una stagione di tangentopoli affaristico-lobbistica, oggi testimone di una transizione affidata ad una leadership apparentemente forte, unilaterale ma destinata, a sua insaputa a quanto pare, a consumarsi man mano da sola sin dalle prossime elezioni regionali. Un avvio verso una consunzione per sindrome dell’assoluto, per essere sempre di più iperuranica nell’analisi del reale, godereccia e festaiola nei salotti propri o altrui, lontana dal cittadino comune che crede sempre meno agli slogan promozionali e che guarda, al di là delle sorridenti sirene, alla crisi complessiva, economica e di valori, che ancora è ferma davanti casa.


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