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Non in mio nome

Le elezioni regionali, una sorta di test di metà mandato (mid term) per il governo e di verifica per l’opposizione, si sono concluse. Si sono concluse con un dato che è evidente per tutti e che non mancherà di far crescere la vis polemica dei concorrenti agli scranni del potere amministrativo per i prossimi giorni, al di là dello stesso risultato elettorale di merito. E, cioè, con una vittoria vera del cosiddetto partito dell’astensionismo o del non voto. Ebbene, credo che tale risultato sia importante nella misura in cui esso esprime una volontà coraggiosa di non dare consenso, di non dare fiducia, dal momento che si pone come la conseguenza concreta di una riflessione dell’elettore che non può essere accusato di null’altro solo perché non ha votato. O solo perché, ricordiamocelo, questa volta si è astenuto non per seguire quanto indicato dal partito poco incline al confronto referendario, ma perché è stata una delle scelte dello stesso elettore.

Una scelta che è tanto più lecita nel suo manifestarsi quanto non lo sia altrettanto stata, come capitato in passato, perché promossa dall’una o dall’altra coalizione o partito politico. L’astensionismo di questa tornata elettorale non è da considerarsi una copia alla francese di una diserzione al voto, perché non è indirizzato solo verso l’esecutivo in carica. Esso è il risultato di un’espressione di distacco che man mano è maturata negli anni e dovuta ad una stanchezza verso una politica fatta di scandali, di interessi del singolo potente o del potentato che questi esprime o di cui ne è espressione. Di un’irresponsabilità manifesta che si è evidenziata, tra gli altri modi e trovate, ad esempio nell’abbandono da parte di molti sindaci della loro carica per salire sul carro più conveniente delle amministrative regionali.

Una scelta di “(in)coscienza civile”, in barba a qualsiasi contratto assunto con l’elettore e a qualsivoglia rapporto di fiducia con questi stabilito. Criticare, colpevolizzare, ricercare nell’avversario l’autore di una scelta di non voto significa non voler guardare ai propri errori, ad una politica stantia che sa di immobilismo ammantato da una volontà del nulla. L’astensionismo di queste regionali è la concretizzazione ideale di un dissenso che emerge nella sua manifestazione più significativa di protesta civile. Una dimostrazione simbolicamente certa con la quale si comunica, non avendo altri mezzi pacifici e nel monopolio e manipolazione palese dell’informazione dei media, il disappunto verso una politica astratta. Una politica che fa la padrona delle nostre idee, del nostro futuro, che gioca con le nostre intenzioni.

Questo astensionismo è stato l’unico modo per esprimere un dissenso civile e un disinteresse verso una politica dei vasetti vuoti. Un dissenso espresso verso le architetture di partito e le ipocrisie dei leader che hanno bloccato l'accesso al terreno politico ai cittadini dell'Italia migliore per gestire molto più facilmente con candidati fedeli affari e giochi di potere personali a carico del contribuente. Questo astensionismo, in una crisi imperante e in un modello statico di crescita sociale del Paese è stata ad oggi, l’unica risposta collettiva e popolare data alle richieste di consenso provenienti dai partiti per dire che si è stanchi di ratificare con il voto consumatori di ricchezza pubblica e di sentimenti collettivi. Perché, come giustamente scritto da Alexander Dubcek “[…] La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni […]”. Quella partecipazione di cui il cittadino ne è stato spodestato sia nella decisione “blindata” delle candidature di partito per il futuro del Paese ieri, quanto nella distribuzione familistica e di lobby delle candidature per il governo dei propri territori oggi.


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