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Responsabilità politica

QuirinaleLa corsa al Quirinale è diventata l’ultima frontiera della politica nazionale. Non solo perché essa completa il quadro istituzionale con la definizione delle più alte cariche del Paese. Ma perché rappresenta il completamento di aspettative di ruolo che leader ancorati alla politica di ieri aspettavano da tempo coronando il sogno di raggiungere l’epilogo della loro carriera politica. Tutti tranne uno: Massimo D’Alema. Il gioco a rimpiattino, non nuovo alla tradizione italiana, si manifesta ancora oggi. Ma il vero significato sul D’Alema si o D’Alema no non è altro che la scelta se lasciare fuori dalle divisioni delle poltrone l’ultimo leader della generazione di ieri.

Accontentato Fausto Bertinotti, che di più non poteva sperare, soddisfatto Franco Marini, che da sindacalista si è trasformato in politico più di quanto non sia riuscito a Cofferati, la poltrona di Presidente della Repubblica diventa l’ultimo traguardo per risolvere il cerchio delle aspettative di carriera per chi ha fatto della politica la propria attività, il proprio lavoro, non sempre la propria missione. Ciò che avviene in Italia non è altro che l’epilogo di una generazione politica ormai in via di esaurimento. Una classe politica ancorata alle tradizioni postdemocristiane e postcomuniste che sono sopravvissute nel potere delle segreterie e che la parentesi avventuriera di un centrodestra poco identitario non poteva arginare. Una classe politica che ha collocato definitivamente chi ancora oggi era rimasto fuori dalle stanze del potere istituzionale. Di chi doveva raggiungere un apice di carriera a coronamento di una vita spesa per il partito.

Oggi non si tratta di ideologizzare questa o quell’altra carica dello Stato. Si tratta di comprendere che il Paese è giunto al giro di boa. Al completamento, seppur in ritardo, di un ciclo storico nel quale i leader di ieri, e presidenti oggi, si sono aggrappati. Oggi si tratta di scegliere se chiudere il cerchio accontentando anche Massimo D’Alema, politico di professione, da sempre, a fine carriera attribuendogli come premio la Presidenza della Repubblica. Oppurese iniziare da questa Alta Istituzione una fase nuova del Paese affinché tale carica non sia merce di scambio per distribuzione di poltrone, ma un vertice di responsabilità condivisa e di coscienza pubblica.

Una carica non maturata come premio per il servizio reso ad un partito e per questo considerata alla stessa stregua di una qualsiasi altra carriera, pubblica o privata che sia.


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