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L’Italia nel pallone

Se, al di là di tutto, l’Italia vince un mondiale…di calcio!

Mondiali 2006
Le notti azzurre sono tali perché dipingono il cielo di un colore meno plumbeo e uggioso, soprattutto quando il torbido disagio di un Paese in difficoltà stenta a trovare la luce che lo guida verso l’uscita dal tunnel della crisi. Nonostante l’ennesimo scandalo del calcio è al calcio che si affida la gioia e il senso di riscatto di un’architettura istituzionale che scricchiola sotto i colpi di inchieste itineranti, tra sovrani poco regali ed un imam sparito nel nulla (il caso di Abu Omar). Ed è al calcio che si affida la forza d’animo dell’italiano medio, caratteriale, generoso, furbo quando serve, ma infaticabile se necessario.

Per un mondiale di calcio vale la pena vivere una notte insonne. Ed è ad un mondiale che si affida l’epilogo di un popolo che si sente unito solo di fronte ad un pallone, allorquando indossa la stessa maglia e sventola la stessa bandiera. Tuttavia, da questa falsa lezione popolare vorremmo che il senso di identità e di responsabilità emergesse una volta per tutte e che restituisse al Paese quella credibilità che si è persa nelle logiche di potere o nelle piccole miserie blasonate.

Vorremmo un Paese che non sia confuso, ma che sia chiaramente consapevole di esistere come nazione, di essere attore essenziale nel mondo, artefice della propria politica e non strumento di politiche altrui o di interessi ed egoismi di pochi. Se la nostra credibilità nella comunità internazionale subisce una lenta ma costante erosione - fra dossier romanzati per accreditarci ad intelligence d’oltreoceano e operazioni caratterizzate da un’improvvisazione da giochi di cortile o simulazioni da spy game - dobbiamo ammettere che è ad un pallone che si è affidato il riscatto di una nazione.

Può sembrare paradossale. Ma laddove le istituzioni del Paese navigano senza rotta e con tanti capitani senza responsabilità, una partita di calcio segna il gol decisivo di un popolo, di un Paese. Quel Paese che dovrà imparare la lezione meritocratica che solo lo sport e l’agonismo puro possono insegnare. Quella lezione di regole di capacità, onestà e responsabilità da applicare nelle Istituzioni, servizi compresi, necessarie per costruire un’immagine nuova del Paese. Una responsabilità che non affranca la politica dal decidere e non può assolvere chi opera con condotte contrarie rispetto all’interesse pubblico.

Quell’interesse che non è, e non può essere, l’interesse di un governo di turno o la volontà di inseguire aspettative di carriera e di potere di funzionari rampanti. Ma è l’interesse alla sicurezza di un popolo. Quel popolo azzurro che chiede di poter essere convinto che le Istituzioni vengano affidate agli uomini migliori per garantire quella credibilità di nazione che dalle pagine dei giornali ancora oggi non si riesce ad intravedere, se non nei riflessi di un semplice, umile, pallone.


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