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L’Italia alla prova con se stessa. Se il Quirinale (costretto) ci mette la faccia

L’Italia alla prova con se stessa. Se il Quirinale (costretto) ci mette la facciaCredo che chiunque in queste ore si sia cimentato in un commento su quanto accaduto nelle vicende del governo mai nato, nelle dimissioni mai così rapide di un Presidente incaricato di formare un esecutivo e di una posizione assunta da un capo di Stato con poteri limitati alla garanzia e all’equilibrio istituzionale.

Credo, che tutti, ognuno con il suo metro di misura politico, culturale, di esperienza o perché indotto da una vera campagna mediatica senza quartiere abbia di fatto espresso la propria opinione o anche solo un punto di vista sull’argomento .E credo, ancora, che nonostante opinioni e punti di vista il risultato di creare confusione e gettare il Paese in un caos che mette contro istituzioni e politica sia stato raggiunto. Grazie a due aspetti fondamentali. Il primo, una legge elettorale che non poteva che avere tali risultati e che, seppur prevedibili dagli stessi promotori/beneficiari, si è ripiegata su se stessa aprendo le porte alla disintegrazione di ogni bilanciamento rappresentativo, spostando l’ago della bilancia verso una deriva populistica di difficile gestione. Il secondo, una classe politica che guarda alle istituzioni come avversarie, come strutture da riorganizzare non si comprende in che termini e secondo quali competenze dal momento che di competenze in giro tra coloro che gridano alle folle se ne possono intravedere ben poche. La verità è che ancora una volta ognuno si erge a paladino della verità andando contro la storia e misconoscendo il passato, interpretando l’europeismo come un male e guardando alla sovranità come una virtù, semmai fosse capace di gestirla nel tempo.

In questo momento dove si cavalca un vento di piazza con una sinistra che ha perso il suo popolo lusingata dall’imborghesimento, da una destra che ha perso il suo fascino lobbistico-affaristico oltre che autonomistico guardando alla Lega, ci si chiede quale siano stati i motivi della scelta di un Presidente della Repubblica che alla fine ha esercitato un potere implicito nella stessa carta costituzionale rivolto a dare incarichi che fossero in linea non solo con il risultato politico elettorale, ma con la reale situazione del Paese. Dal mio punto di vista di italiano che osserva e non appartiene agli addetti ai lavori, che non esprime una sapienza accademica così elevata da fare opinione, l'epilogo dell’incarico rimesso dal prof. Conte non mi meraviglia. Anzi, credo che alla fine sia stato l’epilogo più scontato di una trattativa insulsa condotta da tanti, troppi vincitori e da chi ha ostentato proclami e non programmi pretendendo di porre condizioni su un possibile salvatore della Patria o su ministri dotati di particolare capacità taumaturgiche per far tornare a riva un Paese lasciato a se stesso. Gridare poi ad un presunto colpo di Stato è di per sé un’affermazione forte se non grave: non solo per le ipotesi giuridiche che essa sottende, quanto per il danno alla coesione sociale che ciò può causare nel medio e lungo termine per una nazione la cui credibilità è in discesa vertiginosa.

Credere che il Capo dello Stato sia stato così superficiale nel decidere la condotta di una consultazione, o di valutare costituzionalmente incarichi e scelte andando oltre i suoi poteri sembra quasi argomento per un romanzo di fantapolitica. E non solo perché non vorremmo credere ad una logica romanzesca del complotto ma perché, in fondo, questo Paese è stato governato per due mandati da esecutivi non proposti da consultazioni elettorali, ma da scelte operate da un altro Capo dello stato in piena autonomia più di quanto non avrebbe potuto fare un Presidente come Mattarella costretto, suo malgrado, a seguire invece le intemperanze di chi, più che le vesti di un leader, sembra assumere il ruolo di capo di una piazza in perenne movimento. E, mi pare, allora che nessuno aveva chiamato a raccolta le piazze o estrapolato da un ordinamento surreale un possibile impeachment tutto italiano. La prerogativa antieuropeista e sovranista senza mezze misure ritenuta la pregiudiziale per poter metter in campo un esecutivo poi si commenta da sé. Per un paese che non produce e che si è autocondannato a consumare beni se non prodotti comunque venduti da altri, che si è ridotto ad osservare in nome del libero mercato la delocalizzazione delle proprie aziende e la fine del capitale d’impresa di un tempo, l’uscita dall’euro significherebbe aprire la corsa alla discounted sale di ciò che rimane affermando alla fine l’unica verità di fatto: la nostra trasformazione definitiva da Paese che produceva a paese di soli consumatori.

Non vorrei ricordare a chi legge che l’ingresso nello spazio euro e l’accettazione dei parametri di Maastricht furono il risultato di una libera scelta italiana il cui governo si guardò bene dall’avvalersi della clausola opting-out ritenendo che per un Paese fondatore della Cee-Ce-Ue ciò sarebbe stato poco dignitoso al di là dei conti reali dello Stato in quel momento. Clausola a cui ricorsero, al contrario, Regno Unito e Danimarca. La verità è che un’uscita dall’euro sarebbe devastante per un’economia nazionale che non produce ricchezza tale per apprezzare la divisa nazionale né dispone di materie prime che la rendano, anche solo parzialmente, indipendente da una quota-parte delle importazioni. Potrebbe svalutare per rendere competitivi i beni prodotti e destinati all’esportazione, ma dovrebbe accettare un crollo del già discutibile potere di acquisto della moneta nazionale se introdotta alle condizioni di oggi. La verità è che l’Italia piange il male di se stessa nei conti e nelle capacità politiche espresse da tutti gli esecutivi che si sono succeduti sino ad oggi. Governi le cui espressioni politiche sono transmigrate senza sosta e senza scrupoli trascinando progressismo e conservatorismo nelle spire del populismo.

Guardando al problema “europeo” si potrebbe dire che una ricetta potrebbe essere la rinegoziazione di Maastricht e dell’impianto europeista. Ma per fare questo ci vorrebbe una classe politica fatta di uomini e donne credibili, con conoscenze profonde che di fatto stentiamo ad intravedere. Di fronte a scelte che avrebbero radicalizzato il fronte politico e la società intera forse il Presidente della Repubblica, consapevole della visione antipopolare che la rimessione di un incarico avrebbe provocato, ha scelto con difficoltà di ridurre il margine della credibilità di un paese che ha osservato ben tre mesi di negoziazioni estenuanti il cui obiettivo era chi avrebbe avuto il potere o meno. Probabilmente in una carenza di assertività della politica molto occupata a fare calcoli di poltrone, il Capo dello Stato ha voluto lanciare un messaggio di presenza dell’Istituzione repubblicana dove il paradigma democratico non può subordinarsi alla demagogia fatta strategia se non calcolo. E, credo, che non si tratti di fare favori alla Germania assicurando che l’Italia manterrà fede ad impegni se non ad indicazioni provenienti da Berlino. Quanto, in verità, dal constatare che riformare un Paese è dovere di tutti e non di una sola forza politica destinata a segnare il tempo qualunque sia il risultato elettorale che potrà conseguire.

D’altra parte, se per alcuni commentatori Mattarella sembra essere stato attento alle valutazioni di altri partner europei come la Germania, ad esempio, mi chiedo di fronte a tale insistenza a chi avrebbe risposto la scelta non negoziabile di un possibile ministro che fu tale nel Governo Ciampi. Quest’ultimo un governo tecnico, non rappresentativo dell’elettorato come altri due governi per i quali nessuno gridò allo scandalo o alla violazione della Carta Costituzionale così come in altre circostanze si contrattò su una persona da nominare ministro piuttosto che un’altra o sull’affidare un dicastero piuttosto che un altro. Far cadere sul Quirinale la responsabilità di un incarico rimesso in virtù della notevole tolleranza dimostrata in mesi di trattative dal Presidente mi sembra sia oltremodo strumentale per una classe politica che non osa guardarsi allo specchio riconoscendo i suoi, molti limiti. Alla fine, in questo scontro sulla difesa di chi è prossimo ai think tank atlantici nonostante si dichiarasse critico con l’euro o vicino ad ambienti della finanza anglosassone, forse sarebbe il caso di scoprire l’arcano, considerato che nessuno è avulso da condizionamenti ai quali in un modo o nell’altro risponde: oggi con il populismo di circostanza ben costruito oltreatlantico, con la difesa di un conservatorismo post-liberale senza anima o con l’attesa degli eventi ancorata ad un too big to fail a cui si affida la sinistra. Insomma, se Mattarella dicono guardi alla credibilità dell’Italia nei confronti della Germania e giustifica in tal senso la non negoziabilità dell’incarico al ministro possibile dell’economia allora dovremmo chiederci se questa nera visione di Berlino sia il male assoluto o il mantra che permette di ricorrere ad alibi utili per nascondere l’incapacità sostanziale di dare dell’Italia una immagine concretamente diversa.

L’acredine verso la Germania, che pur con il suo dirigismo teutonico, e con la sua economia, sostiene la credibilità dell’euro per tutta la Ue Italia compresa nei mercati mondiali, mi sembra strumentale. E mi sembra tale dal momento che nessuno si è stracciato le vesti allorquando il capitale francese si è avventurato con ottimi risultati nell’accaparrarsi buona parte della grande distribuzione (Auchan, Carrefour,) come la maggior parte dei brand alimentari italiani (vedi gruppo Danone) oltre ad essere monopolista in Africa della potabilizzazione dell’acqua e degli affari che vi sono dietro - v. Suez (spagnola) – Vivendi (francese) - senza dimenticare le vicende di Fincantieri, per non parlare dell’interesse finanziario inglese di mettere le mani su ciò che rimane degli asset bancari italiani (eccezion fatta per BNL o Credit Agricole rigorosamente transalpini). Probabilmente a qualcuno, piattaforme web permettendo, crederà di vivere un suo Matrix politico affidando all’iperrealismo surreale il futuro di una società politica che vorrebbe rompere con il suo essere un simulacro vetusto per crearne uno solo apparentemente nuovo. Per fare questo si crea uno scenario anche di crisi.

D’altra parte, come disse il mentore di Matrix, Jean Baudrillard […] “…Governare oggi significa dare segni accettabili di credibilità. È come fare della pubblicità ed è lo stesso effetto che si ottiene: dedizione ad uno scenario…”[…]. Alla fine, siamo seri! Il Presidente si è trovato di fronte la proposta di un’alleanza innaturale, non elettoralmente dichiarata a priori in termini pre-elettorali e un programma che alla fine avrebbe radicalizzato animi e opportunità cercando di conquistare la scena con l’arte degli slogan. Ecco perché, l’unico che non ha voluto prestarsi a questo tipo di pubblicità questa volta è stato proprio il Quirinale …e dovremmo riconoscerlo.


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