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Riforme elettorali e poteri consolidati

Devolution, federalismo, legge elettorale, proporzionale, maggioritario sono categorie politiche che turbano i sogni di un Paese insicuro, incerto, che sente di subire una deriva sul proprio futuro nel momento in cui ogni certezza è svanita sia nell’ordine mondiale che nell’ordine degli animi. Rappresentano i segnali di un Paese debole, che tenta di trovare un assetto nuovo capace di rilanciarne l’immagine ed il ruolo politico nell’arena della comunità mondiale e nel gioco continentale di uno sforzo euro-unionista ancora arenato nelle prossimità nazionali. Riformisti conservatori, progressisti tradizionalisti, laicità a metà fra un neoclericalesimo letto da destra e sinistra solo in termini di attrazione di voti sviliscono ogni possibile realizzazione di uno Stato consapevolmente liberale e laico nelle sue espressioni istituzionali.

Negli obiettivi di mediazione culturale e di crescita economica. Nelle intenzioni di solidarietà sociale e di produttività della comunità. Oggi, nel tentativo di modificare una legge elettorale da parte di chi già ne fu promotore della precedente riforma in senso maggioritario attraverso la riformulazione di un proporzionale a liste bloccate, il segnale di una oligarchica difesa del potere di ieri si manifesta chiaramente nel volere, con tale riforma, garantire la sopravvivenza delle leadership dei partiti. Di voler arginare quella paura trasversale di dover affrontare e subire i risultati della disaffezione alla politica da parte del cittadino che si confronta quotidianamente con i risultati concreti dell’azione politica condotta. Di voler contenere quella disaffezione verso una politica fatta dagli stessi volti posti su cartelloni con colori e simboli diversi, una politica da programmi a metà, da professionisti del gioco di potere.

In questo quadro molto confuso non viene risparmiato nessun assetto istituzionale. Sicurezza, giustizia, istruzione, tutto è messo in discussione. Le certezze di uno Stato maturo sono trasformate in rendite di posizione vantaggiose per l’uno o l’altro schieramento e, solo per questo, vanno cambiate, modificate, nella gestione e nelle regole del gioco. L’assetto odierno dello Stato sembra non reggere, quasi come una nave che naviga a vista, alle volontà di riorganizzazione in termini utili solo per chi dovrà gestire il potere in futuro, alle spinte di una classe politica che, per certi versi, ha usato lo stesso carrozzone che oggi vuole cambiare. Nella riforma elettorale vi è una logica recondita perchè trasversalmente accettata, che rende chiaro come la classe politica odierna tenda ad assicurarsi la sopravvivenza fisica. Una riforma che ha lo scopo non di allargare la base di rappresentanza e le opportunità di scelte del candidato più rappresentativo, bensì di blindare le leadership, le segreterie politiche, coloro i quali difficilmente potrebbero fare qualcosa di diverso dal fare politica.

La rincorsa alla riforma, al posto nella lista, se capolista o meno, la ricerca di consensi preventivi mettendo in discussione valori e principi di uno Stato laico rischia di creare ancor più ingovernabilità in prospettiva. Rischia di far retrocedere il Paese su logiche arbitrarie di mercato, su una multiconfessionalità non laicizzata, su un federalismo per pochi. Rischia di creare surrogati ai valori democratici e laici di un Paese che vede il proprio limite segnato dagli interessi di lobbies finanziarie che hanno sovvertito il sistema economico nazionale rendendolo improduttivo e non competitivo, trasformando le aziende in società immobiliari. Che guarda alle confessionalità di importazione come ad un confronto strumentale tanto necessario ed utile quanto la Chiesa Cattolica come contenitore non trascurabile di voti e di potere. Un mediatore elettorale importante, indispensabile al punto tale da mettere in discussione anche la laicità delle istituzioni.

La stessa riforma costituzionale crea la sua prima vittima eccellente: la costituzione del 1948. Una vittima eccellente che nella sua lenta agonia dimostra quanto l’Italia non si senta una nazione. Quanto non vi sia un’identità matura ma venti periferie. Una riforma, quella costituzionale, come quella elettorale, che dimostrano quanto sia frammentata la società italiana. Quanto prevalgano obiettivi ed interessi locali contro ogni tentativo di promuovere quel sistema-paese a cui vorremmo affidare, tutti, la crescita di uno Stato competitivo e credibile nel mondo. Quanto il risultato ottenuto non sia altro che la manifestazione di una volontà di maggioranza, politica certamente ma non delle coscienze. Una volontà che non rientra in progetti di programmazione e riorganizzazione condivisa del Paese.

Il prezzo da pagare ad una logica di potere che crede nella propria capacità di autogestione e che consuma ogni resistenza di fronte a slogan e dichiarazioni per il pubblico ma tutelando interessi partigiani. L’Italia non ha banlieues. Ma rischia di diventare la banlieue d’Europa, un insieme di periferie ricche e meno ricche su cui si sconterà il non aver voluto considerare l’unità del Paese come l’unica vera opportunità per contare di più in Europa e nel mondo. L’unica garanzia di ordine e solidarietà sociale per una comunità nazionale ancora in cerca di identità.


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