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Devolution e democrazia

foto dell'ultima pagina tratta da uno dei tre originali della Costituzione italiana ora custodito nell'Archivio Storico della Presidenza della Repubblica dopo la consegna da parte della Presidenza del Consiglio avvenuta il 24 giugno 2009.Le riforme costituzionali rappresentano non una sorta di tabù politico-giuridico. Non lo sono mai state nel corso della storia delle democrazie moderne. Certo, esse sono il prodotto di mutamenti storici degli assetti delle istituzioni che recepiscono una comune volontà della comunità politica di dotarsi di nuove formule giuridiche sulle quali legittimare il potere, con le quali porre le regole contrattuali, fondate su un consenso diffuso, che determineranno la vita politica, sociale ed economica di uno Stato. Tuttavia, la realtà italiana è ben diversa.

La revisione del titolo V della Costituzione repubblicana non risponde ad esigenze di riorganizzazione dello Stato, così come potremmo intendere di fronte ad una lettura sommaria degli intenti del legislatore. Bensì, di fronte ad una struttura già definitasi in termini di localismo autonomistico nella scelta del regionalismo, sembra che la volontà sia quella di accentuare la decentralizzazione delle possibilità di governo sino ad un livello di autonomia burocratica ed amministrativa che depotenzia qualunque garanzia statuale sull’unità di indirizzo politico oltre che di armonizzazione della vita economica e sociale dei cittadini.

Ora la formula costituzionale adottata dal costituente del 1948 si fondava su principi fondamentali per una democrazia giovane di uno Stato unitario relativamente ancora non maturo, per un Paese diviso nelle opportunità e negli assetti sociali, per un sistema politico ereditato dallo Stato liberale, ceduto alle ragioni del fascismo e abbandonato al monopolio successivo di una sinistra radicale temperata solo dall’animo cattolico di una democrazia cristiana ispirata alla formula del compromesso itinerante.

Oggi questa formula di compromesso fra anime diverse rischia di perdersi nella svolta radicale di un altro monopolio: quello burocratico-amministrativo di tanti Stati-Regioni ognuna volta ad affermare propri sistemi di gestione del potere senza preoccuparsi di quanto significato si potrà dare al valore dell’interesse nazionale. Di quanto il successo o l’insuccesso di una politica regionale potrà incidere sulla credibilità di un sistema-Paese nel confronto con il resto del mondo. La festa della Lega Nord per un federalismo d’occasione sembra essere l’unico dato a cui si sono affidati gli animi di un centro-destra nazionalistico nel paradosso di un tricolore sventolato quasi come se l’unità nazionale dipendesse dalla volontà di un partito che lo stesso tricolore ha più volte vituperato.

Oggi si è di fronte ad un passaggio a colpi di maggioranza verso una nuova formula di convivenza e di governance alla cui stipula del contratto non ha partecipato la nazione, ma si è abbandonato alla logica di pochi forti poteri l’arbitrio di riscrivere la Carta Fondamentale prescindendo da qualunque consenso, anche oltre il dubbio sull’esito del referendum prossimo venturo. La verità, qualunque ne sarà il risultato, è che oggi si tratta allora di verificare ben altro che un sistema di riorganizzazione del potere. Ovvero, di decidere se la Costituzione Repubblicana non contenga più valori condivisi. Se per essa non è più necessario che lo Stato sia il primo ed unico garante dell’unità del Paese, della crescita armonica, delle pari opportunità/possibilità per il cittadino di assumere una collocazione sociale dignitosa.

Oggi, se la democrazia è veramente in pericolo lo è perchè è incerto il futuro dello Stato come categoria politica, come ruolo, come garante per tutti di equilibrio. Lo è per un assetto incerto che affida a regioni apparentemente italiane la possibilità di autodeterminarsi oltre il senso di italianità, alla mercè del governatore di turno e delle lobbies economico-burocratiche che lo sosterranno. L’addio del senatore Fisichella di Alleanza Nazionale segna la crisi profonda che è presente negli animi più sensibili. Certamente non può essere letto come una sorta di dissenso opportunistico, ma come una rivincita di una dignità nazionale schiacciata fra il verde padano e un debole tricolore ridotto a plaudire al successo di chi sino a ieri lo ha relegato ad accessorio per l’uscio di casa. L’addio del senatore e il silenzio del partito di Fini, segnano quanto sia finita la stagione di un nazionalismo strumentale sul quale si è costruita la sopravvivenza di una contraddizione storica di un socialismo di destra che si annichilisce nelle lusinghe del capitalismo populista di una destra liberale nei proclami e poco liberale nei fatti.

Una riforma costituzionale che non spiega se stessa e non garantisce in futuro l’essere espressione di una volontà di adeguare la costituzione del 1948 ai nostri tempi, ai tempi del mercato e di una capacità di amministrare localmente le regioni con un’autonomia condivisa e sussidiaria e non  autarchica in prospettiva.

Una riforma che garantisca la rappresentatività a base regionale nel Senato ma che non sposti alle regioni il potere di decidere autarchicamente chi, come e quando potrà usufruire di servizi e opportunità al di fuori di un quadro solidale di crescita del Paese.

Una riforma che non è versione solidaristica di un autonomismo non nuovo capace di evitare il baratto di architetture di principio per  favorire logiche personali di riforme ad hoc che corrono verso la riformulazione di poteri  e leggi elettorali rivolte ad assicurare nel tempo posizioni oligarchiche nei partiti e nelle comunità. Posizioni di vantaggio il cui prezzo sarà pagato dai più deboli dovunque e dalle regioni povere a quelle ricche, regioni le prime sempre meno prossime a livelli di sviluppo sostenibili abbandonate ad una solidarietà di circostanza quale questua dovuta per una precarietà garantita.


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