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L'Italia anzitutto

Il risultato delle ultime consultazioni regionali ha rappresentato ciò che ognuno, credo, si aspettava: un test politico significativo ed un giudizio espresso sull’azione di governo sia nazionale che centrale, al di là di ogni possibile formula devolutaria. Così, anche questa volta, di fronte ad un risultato ci si deve aspettare un’analisi della tendenza e del significato espresso, e ciò riguarda sia chi vince e sia chi perde. Per chi vince si tratta di una verifica di una proposta che va consolidata con il consenso progressivo, conquistato nel tempo e giudicato poi sui fatti concreti. Per chi perde guardando ai motivi della sconfitta, ricercando i punti deboli e le criticità di un’azione che non ha trovato i consensi necessari per consolidarne la forza a guida di un Paese nelle sue articolazioni.

Questo, in un sistema che fa dell’alternanza e del confronto politico un aspetto fondamentale della propria dialettica democratica e della formula partecipativa dei cittadini all’indirizzo politico della nazione. Un sistema, infatti, che fa si che nei paesi a democrazia stabilizzata tutto questo sia una normalità.  Ovvero, laddove l’esame critico dei risultati politici diventa un giudizio espresso sull’efficacia dell’azione condotta dal leader e dalla coalizione di governo prescindendo da ogni polemica di contorno con personalismi d’opportunità. Nel Regno Unito, ad esempio, al termine di ogni consultazione elettorale la conquista del n.10 di Downing Street, ed il relativo insediamento del vincitore, neo primo ministro, viene salutato lungo il percorso da cittadini che non sventolano bandiere di colore ma l’Union Jack, la bandiera nazionale.

Il significato è evidente. Le elezioni le vincono gli elettori e, qualunque ne sia il risultato, è l’Inghilterra che accetta una guida ed un programma nuovo nell’interesse dell’Inghilterra stessa e di nessun altro. L’esempio è sintomatico di una democrazia matura. Nell’Italia dei confronti televisivi e delle analisi di questi ultimi giorni, probabilmente, avremmo voluto che ogni commento ed ogni sforzo nell’interpretare il voto venisse condotto guardando all’interesse del Paese. Alla necessità di dare all’Italia ciò che essa chiede ogni volta che decide da chi farsi rappresentare all’interno e all’esterno. Eppure, in uno Stato democratico come il nostro, puntualmente ciò non si verifica. L’analisi post-elettorale torna ad essere l’ennesima occasione di polemica paradossale fra personalismi da leaders intramontabili e confronti promozionali in un telemarketing della politica senza confini.

Così, anche questa volta, fra tentativi di capitalizzare un risultato minimo pur di non perdere il proprio bacino elettorale - chiedendo elezioni anticipate al di là di ogni coerenza e lealtà di coalizione- da una parte e delegittimazione dell’esecutivo in carica dall’altra nessuno si chiede quale sia l’interesse del Paese. Di quale politica l’Italia ha necessità per dotarsi di una credibilità che nel teatrino prezzoliniano si perde nuovamente. Una parodia tutta latina nella quale ci si pone in Europa alla rincorsa di chi della politica ne fa una questione di Stato e non personale, o di parte o di partito, preoccupati, nel nostro attacco provinciale, di dover rinunciare ad una leadership dimenticandoci che anche questa, ed il suo esercizio, è frutto di consenso.

L’Italia soffre, insomma, di una democrazia che non riesce a consolidarsi nel quotidiano attraverso un senso di identità che proprio nella politica non si realizza nella sua pienezza. Sopravvive un occasionale senso di appartenenza che ci costringe a ricordarci di essere italiani soltanto di fronte all’eroe di turno, e comunque non per tutti, dimenticandoci che la stabilità delle democrazie si valuta, parafrasando Brecht, nell’eroismo del quotidiano, nell’identificazione di ognuno con l’io collettivo, e non nell’eccezione. Democrazia e senso dello Stato non possono essere superati dalle percentuali possibili e/o presunte, ma da una valutazione delle priorità di governo che il Paese in quanto nazione richiede. Democrazia e senso dello Stato si manifestano nel rispetto della volontà elettorale, di quella espressa dalla maggioranza e dalla minoranza, nel diritto di ognuno di mutare i termini politici del confronto secondo la percezione che ogni singolo cittadino ha dell’azione di governo, locale o nazionale che sia, che ritiene più utile al Paese e più prossima alle sue esigenze.

La responsabilità della politica è di affermarsi, pur nelle regole della competizione, con il garantire prima di tutto il rispetto verso il vincitore e verso l’avversario, in una forse apparente lealtà ma che, oltre le logiche di scontro, dia al cittadino l’esempio di maturità che quest’ultimo si aspetta. Al di fuori di questo osserveremmo soltanto una pantomima di una nave alla deriva, alla ricerca di un attracco sicuro ma lontano ancora per tutti e per molto tempo ancora. Per la maggioranza di ieri e per quella di oggi.


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