Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Derive da leadership

Berlusconi, l’Italia e il resto del mondo.

La vita politica italiana non sembra eccellere per fair play e nemmeno per senso pratico dell’opportunità. Non si tratta di voler imitare tradizioni più antiche e maggiormente consolidate in Europa. Sembra, però, evidente che non vi sia una chiara visione di ciò che è senso dello Stato, necessità politica ed opportunità di stile dimenticando, a volte, per dovere se non proprio per carattere, che la funzione supera l’individuo. Se è vero che l’abito, insomma, non fa il monaco è altrettanto vero che capacità imprenditoriali o presunte leadership, peraltro indiscusse e indiscutibili, non fanno un politico nel momento in cui nella logica delle azioni dal politico ci si attende diplomazia, chiarezza di vedute, e una certa concretezza nelle azioni che in fondo non guasta ma ne completa la figura.

Ora, qualcuno potrebbe dire che forse ci aspettiamo troppo da chi alla politica oggi si approssima non certamente per spirito di servizio quanto per esigenze personali o neocorporative che si distinguono, in una peculiarità molto italiana, per essere estremamente trasversali. Ma, senza tali premesse, non si può comprendere la crisi fra istituzioni, perchè le singole cariche sono Istituzioni, prima ancora che individui.

Una cornice così sintetica ci permette, infatti, di capire ed interpretare quanto accade nella visione di un potere che si distacca dalla sua funzione pubblica per identificarsi in una sorta di deriva personalistica. Ci saremmo aspettati, infatti, che una chiarezza di intenti avrebbe dimostrato di poter disporre di una classe politica nuova, più preparata, culturalmente preparata, padrona delle tradizioni del Paese e custode dell’identità italiana attraverso un senso nazionalistico condiviso, diffuso, e non appannaggio di un unico partito. Così non è stato. Le difficoltà di un’azione politica si vendono immediatamente, al di là di un ulteriore supplementare di sei anni per riformare un Paese che ha solo necessità di essere guidato. E le difficoltà di una politica le si individua nell’azione esterna quando la credibilità di un Paese è posta in gioco nel suo essere un soggetto determinante o meno delle scelte di politica internazionale.

Così per l’impegno dell’Italia in Iraq. Un Paese che fornisce tremila uomini ma non incide sul futuro degli equilibri mondiali, mentre la Francia ne fa del disimpegno l’arma per affermare la sua essenzialità nel dialogo euroatlantico e mediorientale. Un’Italia che ha voluto una Costituzione europea giocata sul filo del tempo da un ministro degli esteri allora puntuale a cogliere ogni occasione utile per dare al Paese un’immagine decisionista che non riesce a difendere oggi da Commissario la propria italianità, la propria lingua, la prima derivazione omogenea di un idioma neolatino nemmeno aiutandosi con un neoministro degli esteri sicuramente nazionalista.

Una continua ricerca del consenso di un’America che ci sorride ma tratta poi con Chirac, Schroeder o Blair. E, infine, l’amicissimo Putin che pone in secondo piano, bontà sua e di chi lo ha creduto, gli interessi di santa madre Russia convinto che l’occidente, visto dalle coste sarde, possa fargli dimenticare un passato di potenza. Forse oggi c’è un problema di fondo. Ed è la sensibilità politica verso il Paese di chi deve guidare l’Italia, e non importa per quanto tempo. La capacità di spersonalizzare ogni azione ponendosi al servizio di uno Stato che non è nè impresa nè proprietà esclusiva degli ideali di qualcuno.

Di considerare che l’Italia è il risultato storico delle idee e delle capacità politiche repubblicane e laiche che ne hanno permesso la formazione. Guardando a De Gasperi, Sforza, Nenni, Martino padre, Einaudi, uomini la cui tolleranza per il dissenso non ne ha coinvolto le istituzioni in polemiche distruttive ma ha responsabilizzato le opposizioni in un progetto di costruzione progressiva di uno Stato democratico. Leader per i quali la sacralità di una carica era tale ed indiscussa al di là di ogni personalismo e di ogni contestazione. Di fronte a tale incertezza e superficialità politica, vi è qualcuno che sapensodi erede della migliore tradizione politica dell’Italia repubblicana - senza essere mai stato espressione di partito- ma responsabile dell’unità politica di uno Stato, comprende con molto stile quanto sia difficile identificare se stessi con il Paese.

Quanto pesi dover dimostrare attraverso i propri comportamenti e le proprie frasi la credibilità di un Paese intero Quanto sia importante e necessario anteporre a qualunque polemica personale l’interesse dello Stato. Un interesse il cui perseguimento è dovere di ogni coalizione di governo quanto dell’opposizione. Ciampi percepisce la difficoltà di chi crede, e teme, di non poter mantenere una leadership politica nel tempo e non ne accetta i rischi. Una debolezza individuale che non può coinvolgere la serenità di un Paese europeo che naviga in acque malferme di una politica molto teatrale e poco concreta. L’assenza di dialogo fra le parti è un segnale forte di approssimatività, di incertezza, di poco senso dello Stato.

Ma questo è il prezzo di quando la cultura politica lascia il passo alla politica di un singolo, quando la politica dei numeri, e delle possibilità economiche, emargina la qualità degli uomini, abbandona l'intellettualità a se stessa per ricercare la fedeltà dei soliti altri verso il singolo, indiscusso, leader del momento, dovunque esso si collochi. Ciò non favorisce una democrazia in cerca di stabilità e non permette al paese di crescere ed affermarsi in un mondo sempre meno italiano.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.