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Un Ministro fra Centro e Periferie

Giulio Tremonti, Ministro dell'economiaCredere che oggi ci si potesse trovare di fronte ad una crisi di governo era ragionevolmente difficile per due ragioni. La prima dovuta dal fatto che se il governo non dovesse riuscire a… governare tutta la coalizione creata per vincere le elezioni politiche del 2001 non avrebbe più senso e ne perderebbero tutti. Forza Italia per non essere stata capace di affermare una leadership concreta e programmatica attraverso il suo leader e capo dell’esecutivo. Alleanza Nazionale per aver dimostrato che l’assenza di programmi e di capacità di guida interna non può poi accreditarsi soltanto nel momento di crisi di un alleato e a favore di personalismi emergenti fra una corrente e l’altra.

L’Unione di centro, divisa a sua volta fra un Centro ed un altro… Centro, difficilmente potrà pensare di sopravvivere grazie ad un’altra possibile affermazione elettorale che riproponga una maggioranza relativa nell’ambito di una coalizione simile a quella odierna. Così, la scelta di un tecnico dimostra come la soluzione salomonica di non assumersi la responsabilità politica della guida di un ministero scomodo sia stata l’unica vera novità degli ultimi giorni, e l’unica certezza che un attento osservatore può cogliere al di là delle altalene delle richieste e delle prospettive.

In questo il capo dell’esecutivo ha ragione nel dire che questa era l’unica scelta e l’unica soluzione possibile. D’altra parte chi avrebbe coraggiosamente scelto di impegnare la propria persona, il proprio partito o corrente ereditando il dicastero di Tremonti? Francamente nessuno. Non si tratta, insomma, di essere favorevoli o contrari ad una scelta politica di un ministro non condiviso. Il vero dato di fondo è che politicamente Tremonti era l’unico ministro sacrificabile per riuscire a capitalizzare nell’immediato un successo elettorale senza capire, in una logica di medio-lungo termine, poco italiana in verità, che i successi elettorali sono molto più dipendenti dall’animus dell’elettore del momento che non da strategiche valutazioni di impatto di ideologie presentate successivamente al contratto elettorale.

La Lega, in tutto questo, pur difendendo il ministro dimissionario, non fa testo. In uno scenario di crisi potrebbe perdere una possibilità di stare al governo, ma riuscirebbe a riproporsi in ragione della spendibilità delle sue richieste, di un suo sostegno anche ad una coalizione vincente di tutt’altro colore purchè ne recepisca le richieste. D’altra parte l’opposizione il Carroccio la sa fare, e molto bene.

La seconda è che di fronte ad una crisi ulteriore dell’esecutivo la credibilità interna ed esterna della politica italiana subirebbe un ulteriore scivolone sul palcoscenico delle parti, svuotando di contenuti ogni possibile azione di riforma interna del Paese e di democratizzazione della vita politica e di capacità di azione internazionale all’estero. Abbandonando, così, Nord e Sud a chi avrà le migliori possibilità di sostegno offerte dalle proprie comunità, e dimenticando all’estero i disegni di potenza, media ma significativa, giocati sulla sovraesposizione militare in regioni di particolare interesse economico.

Non parliamo poi dell’Unione Europea, spazio nel quale l’immagine del paese si dimostra fragile e a cui le tecniche di marketing istituzionale non sopravvivono alle ciniche ragioni dell’economia e delle analisi degli altri partners (lo stesso Monti non sembra aver dimostrato molta buona volontà nel volersi assumere la responsabilità di guida del dicastero di Tremonti, curandosi di più di mantenere la comoda e prestigiosa carica europea). Di tutto ciò il capo dell’esecutivo nè è consapevole dotandosi di una pragmaticità molto british e non votata all’effimero dei sondaggi o delle promozioni. Per questo, e il nuovo ministro lo sa molto bene per essere stato un analista economico, oggi non si tratta, di sostituire un ministro.

Si tratta di determinare una politica economica capace di superare le ragioni delle incomprensioni nate nella compagine governativa. E si tratta, altrettanto, di far si che il rilancio dell’economia e le ragioni di un bilancio si confrontino sulla sostenibilità del nostro stato sociale. Una sostenibilità o meno che soprattutto i partiti non forzisti hanno rimosso, per ragioni di potere, all’inizio pur consapevoli delle indicazioni chiare che un esecutivo così come era stato proposto aveva dichiarato. Contraddizioni, o divergenze programmatiche, con le quali prima o poi ci si sarebbe trovati a fare i conti e di cui il nuovo ministro non ne vorrà certamente fare le spese, pur non essendo un politico.

La visione centrista nel modello post-democristiano consiglia, da sempre, di tener conto delle indicazioni di voto e di mediare in un bacino di elettori che nella loro eterogeneità guardano alle politiche di mediazione come la vera possibilità di condividere azioni politiche, anche di natura fiscale, che non sottraggano benefici acquisiti tali da non garantire il tenore di vita della classi medie. E ciò può essere vero e valido anche in economia. In questa visione confusa Alleanza Nazionale si è scontrata, ad esempio, nella sua indecisione iniziale sull’assumere la guida del ministero dell’economia, con l’anima sociale di un partito nazionalista. Un partito, che nell’essere molto gerarchico al suo interno ha messo in secondo piano l’anima riformista e nazionale quale credito di apertura ad una condivisione del potere con forze assolutamente antitetiche alla stessa destra sociale quali la Lega e anche Forza Italia nella sua anima liberale e liberista. Forze per le quali l’offerta del federalismo non rappresentava, e non rappresenta, una semplice dialettica possibilità ma una reale richiesta di riconfigurazione dello Stato nazionale.

Così, nel successo elettorale, e nell’incertezza della guida economica del Paese, in realtà è emersa anche la difficoltà di gestire in termini programmatici il Sud. D’altra parte, aver derogato al confronto a tutto campo scegliendo il terreno ben più favorevole del Sud per affermare la priorità statalista del partito di Fini ha significato cercare il sostegno di una parte della società italiana. Uno sostegno, però, funzionale alla necessità di non dichiarare l’assenza di una classe dirigente capace di fare economia, di programmare, e favorire, con azioni e idee concrete, lo sviluppo del Mezzogiorno concretizzatasi, anche questa, nella scelta tecnica del ministro.

Il neo ministro dovrà rendersi conto che nella scelta del Sud come bacino elettorale, al pari della Lega al Nord, Alleanza Nazionale ha contribuito, tanto quanto la Lega, a dividere il Paese e con esso le prospettive per qualunque politica economica tendente a favorire la competitività dell’uno, il Nord, e lo sviluppo dell’altro, il Sud. Con una differenza però: che la Lega resterà indipendente nelle sue valutazioni, nel suo sostenere o meno la politica economica del nuovo corso consapevole di non essere espressione di una nazione o di uno statalismo equo o necessariamente di una o dell’altra maggioranza del momento.

Essa, infatti, al Nord potrà sempre far ricorso a risorse e ad un’imprenditoria che dell’efficienza ne ha fatto la propria arma vincente e il vantaggio che viene posto sul tavolo ogni volta che dovrà decidere con quale maggioranza sedersi al governo. Alleanza Nazionale no, tantomeno il Centro. Un partito, ed una politica economica statalista, possono coincidere se si coniugano alla difesa delle istituzioni le ragioni di un’azione politica nazionale che non affidi a terzi lo sviluppo del Paese. Per questo ci vogliono programmi, idee chiare e leaders capaci di esprimere azioni politiche al di là di ogni gerarchica opportunità interna.

L’assenza di tali politiche e programmi è dimostrata proprio nella scelta del nuovo Ministro. Ciò che gli altri alleati non hanno voluto dichiarare impegnandosi direttamente nella guida economica del ministero dell’economia lo ha fatto nella scelta il Capo dell’esecutivo. Per una volta, se il governo dovesse ancora continuare a perdere di centralità non sarà colpa di Forza Italia e del suo leader o del neo ministro, ma di alcune periferie centriste lontane dal centro e, purtroppo, dallo Stato.


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