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Il Bipolarismo perduto

La fine di un'epoca storica è definita sia da un cambio dei termini di potenza fra gli Stati, che dei valori, e delle aspettative, all'interno delle comunità politiche degli Stati. L'Italia non si discosta molto da questa dinamica al punto tale che il processo di riorganizzazione della vita pubblica avviato, o presuntivamente avviato dopo tangentopoli, si sta letteralmente arenando in una secca politica dove la dialettica del bipolarismo di sintesi, fra capitalismo liberale post-democristiano e il post socialismo cattolico-progressista stenta ad offrire certezze sulle capacità di governo future e sulla disponibilità di un'altrettanto matura classe dirigente.

Ma se ciò potrebbe anche rappresentare il giusto prezzo da pagare di un lento cammino evolutivo della storia democratica del Paese, le ragioni del particolarismo, dei particolarismi personali e di categoria sembrano sovrapporsi alle necessità della nazione compressa fra abilità mediatiche di un esecutivo privo di orizzonti politici, salvo dimostrare l'indimostrabile, ed un'opposizione che si ricuce salvo dividersi immediatamente dopo in un'astensione inutile sulle missioni militari all'estero. E, con questo, non è la proporzionalità mancata che ingigantisce i difetti di una legge elettorale che avvantaggia chi più ha, in termini politico-elettorali e di mezzi propagandistici, per carità non altro. Nè si tratta degli effetti delle logiche perverse di una rinascita post-democristiana trasversalmente operante fra i due schieramenti. Per carità, nemmeno questo.
 
La realtà è che il modello politico italiano, con i personalismi e i maquillages dell'ultima ora, si scontra con l'unico aspetto particolare che lo caratterizza veramente nella sua debolezza: l'essere il risultato di un compromesso fra interessi d'èlites e partitocrazia rivisitata. Una miscela all'interno delle anime dei due poli fra coerenza e contraddizioni ideologiche che non sono supportate, oggi, dalla magmatica ottica centrista democristiana di ieri. Per questo, fra federalismi di pochi, sterili antifascismi di ieri e politiche sociali di destra privatizzatesi nella leadership del singolo, il confronto europeo diventa la resa dei conti fra alleati tanto e al punto tale da emarginare parti dell'elettorato di entrambi gli schieramenti che certamente credono nella politica quale strumento per la crescita sociale dello Stato, e quindi anche economica.

Una politica che non può essere uno strumento per finalità aziendalistiche che non sono compatibili con la categorizzazione delle istituzioni pubbliche e con le finalità di queste ultime assolutamente non privatizzabili. Per questo, non ci possono sorprendere le ennesime dichiarazioni di un non governo che perde il contatto con la realtà, anche quella del mercato, di quello della frutta e del pane, non solo di quello finanziario. Così, quando la personalizzazione della politica supera la regola collettiva della partecipazione condivisa alle decisioni e agli obiettivi il risultato non può essere che l'esplosione della coalizione e l'implosione degli estremi. Fenomeno a cui sopravvive solo la logica del singolo. Del più potente. O, almeno, di chi pensa di essere tale.
 
Di fronte a ciò neanche l'opposizione riuscirà ad arginare, pur giocando il suo ruolo, la ridda di dichiarazioni e di accuse, che non favoriscono il paese all'esterno, di cui saremo ben presto spettatori. Anzi, rischierà di farsi coinvolgere nel solito vortice del tanto peggio tanto meglio dell'ultima chance di un protagonismo giunto alla fine nell'Europa che, dopo il semestre, non ritiene di doverci più dare credito. L'Euro gestito male prima, l'Euro salvezza dopo o Chirac, Schroeder e Blair amici prima e poi direttori non voluti di un concerto che non si è riusciti a condurre quando la bacchetta era tricolore, disegnano l'apoteosi dell'improvvisazione politica tanto quanto la convention arcobalena dell'astensionismo dell'opposizione. Da qui il risultato evidente che non vi è una logica bipolare ancora oggi.

Non vi è una cultura tradizionalmente matura e consolidata perchè non favorita dalla persistenza del fantasma storico dell'individualità forte a cui non ci si riesce ad opporre nelle ragioni della comunità. Un mancato processo della storia da cui sarebbe potuta nascere una nuova cultura e classe politica fermatosi nelle aule dei tribunali, nei processi non celebrati, nel mancato rispetto degli organi istituzionali e nell'attacco indiscriminato ai poteri della democrazia. Di fronte a questa confusione della politica l'unica risposta sarà data soltanto dalla nazione. Dal sentirsi ancora italiani contro un certo federalismo economico che alienerebbe l'Italia nelle ragioni di un mercato per pochi. Dal sentirsi capaci di affermare la tolleranza reciproca nell'interesse laico di tutti. Nelle opportunità laiche di crescita e di accesso ai servizi.

Nelle possibilità di permettere una formazione completa, paritaria, parificata nei titoli ma esclusivamente pubblica, per il pubblico nei termini di finanziamento. Laica nella scelta pubblica seppur libera nel privato del sentiment ma non del gettito fiscale a favore. Dove lo Stato ed i suoi servizi non si trasformino in un affare ma restino l'ancora politica di un'individualità di nazione. Dove l'impegno delle forze, anche militari, sia risultato ed espressione di una determinazione politica a difesa di un diritto certo, di una conquista di civiltà, all'interno come all'esterno del Paese.

Nel garantire, insomma, quelle conquiste sociali tutelate ancora dall'unica architettura giuridica fondamentale e garantista per il futuro di cui oggi ancora disponiamo e della quale ne rischiamo la distruzione: La Costituzione repubblicana. L'unico documento in cui conservatori e laburisti potrebbero trovare le garanzie e le risposte per un modello sociale condivisibile in un'ottica di alternanza fondata sul programma migliore. Sul miglior governo possibile secondo i cittadini. Gli unici a cui affidare il destino del Paese nella libertà di decidere chi, ma anche di decidere chi non più.


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