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L'Italia vista da lontano

Nella crisi finanziaria del 2001-2002 in Argentina il default sul suo debito porta ad una svalutazione della moneta, un aumento della disoccupazione e disordini civiliOsserviamo tutti ciò che succede in Argentina. Con grande sorpresa e con particolare attenzione ed emozione quasi come se l’Argentina fosse un’appendice italiana, come se le politiche interne di quel lontano Paese fossero una speculare riproposizione di dinamiche nazionali rivisitate in una regione particolarmente vicina ai grandi imperi commerciali e alle multinazionali americane.

Un sistema economico incapace di rimodulare la sua capacità competitiva in termini nazionali e la dipendenza dal dollaro, quale espressione di una virtuale forza economica non supportata da un sistema produttivo capace di creare ricchezza all’interno della nazione, non hanno consentito né un riammodernamento dell’economia, ancorata a logiche neolatifondiste, né una rideterminazione dell’assetto finanziario del Paese affidando quest’ultimo e la rivalutazione della propria ricchezza alle dinamiche della moneta statunitense in una logica, ancora longeva da dottrina Monroe da cui nessun Paese della regione americana riesce a rendersi indipendente nonostante le conflittualità interne.

La vera incapacità del modello americano, e delle ragioni del dollaro, di creare stabilità e garanzia attraverso la credibilità affidata ad uno Stato che ha fiducia nella moneta verde nel pesare la propria forza economica si spiega tutta a Buenos Aires. Così come entrare nell’area del dollaro non garantisce l’immunità da crisi che hanno soprattutto una valenza endogena, altrettanto l’Italia dovrà riflettere sull’Argentina in prospettiva del neo-ingresso nell’Euro. Certo, l’Euro potrà rappresentare un’unità fisica e nominale di un’identità politica-economica in crescita. Ma le aspettative di sviluppo ed occupazionali, e i modelli di creazione di ricchezza, sono e restano diversi.

L’insegnamento che ne consegue oggi, nell’era … dell’Euro, è che la forza di un sistema economico risiede nella capacità di competere con altri modelli, e il veicolo principale di diplomazia economica, e di lotta, è la moneta che lo rappresenta. Così l’Euro rappresenta l’Unione nei mercati mondiali, delle merci e dei capitali. Ma rappresenta, anche, la forza politica e la credibilità di uno Stato, ancora individualmente definito, che si confronta come partner nell’Unione Europea e come attore economico nel mondo.

Per questo, la capacità di azione politica diventa la cartina di tornasole della credibilità politica dell'esecutivo. Così come la diplomazia economica rappresenta, oggi, la concreta e non virtuale capacità dello Stato di affermare se stesso e la propria produttività in un sistema integrato in cui i Prodotti Nazionali e le cifre del Debito Pubblico giocano un ruolo importante nel confronto dei numeri e delle politiche. Diplomazia economica ed impresa possono, così, essere complementari ma non sono simili. Le ragioni di un singolo non possono essere le necessità di un Paese. La difesa di un modello non è soltanto la presunzione di una verità vincente.

L’area del dollaro perde in credibilità in Argentina. Un sistema economico non può modellarsi su di un altro abbattendone le specificità. Valorizzare la diversità nella produzione e nell’offerta è importante. Come altrettanto fondamentale è l’unità e la chiarezza politica di un esecutivo capace di dominare politicamente le dinamiche economiche non solo interne, ma internazionali. Non vorremmo guardare domani da Buenos Aires un eurofallimento tutto italiano.


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