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Partito Democratico e sinistra storica

La ricerca di un equilibrio in politica a volte è dovuta ad una convergenza di idee manifestate in un determinato periodo storico. Può essere il risultato di una situazione di compromesso, di alleanze elettorali all’interno di una coalizione che mantenga inalterate le singole identità per garantire a sé e ai partner una certa longevità politica. In ogni caso è evidente che ciò non sarà mai garanzia di durata. La coalizione può sopravvivere soltanto fintantoché non sia stato raggiunto l’obiettivo, lo scopo, per il quale l’aggregazione estemporanea è stata creata. Con tali premesse i tentativi della sinistra di oggi, ma si potrebbe specularmene condurre una simile analisi anche per il centrodestra di ieri, non rappresentano altro che delle finzioni di convergenza apparente.

Una convergenza provvisoria il cui fine è l’affermazione momentanea di una coalizione di potere ostaggio di diversità al proprio interno, votate sempre di più al mantenimento del potere personale dei leader di sempre. Diversità che ricorrono ad una loro rappresentazione ideologica nel momento in cui, alla ricerca di un consenso a cui affidare una ragione di sopravvivenza, si tratta di rispondere ad aspettative di una parte dell’elettorato, pur consapevoli che non sarebbero in grado di realizzarle, per non rischiare di mettere in discussione la posizione di privilegio conquistata con la vittoria politica. Nella vicenda del Partito Democratico è evidente che esistono diverse posizioni a riguardo, alcune favorevoli, altre meno entusiastiche.

Tuttavia, non è solo la tesi delle facili convergenze che avvalora la realizzazione del partito unitario (l’Ulivo come aggregazione non ha dato prova di grande coesione interna, ma solo di rappresentare una formula interlocutoria per un sistema ancora molto frammentato). E nemmeno la tesi delle manovre personali di antiche leadership - in lotta per sopravvivere nell’approssimarsi della fine dell’epoca del fantasma pentapartitico ancora incombente nella galassia del centrosinistra - potrebbe da sola giustificare una simile ridda di interpretazioni sul progetto unitario. La verità è che in questo gioco al mantenimento ad ogni costo delle isole personali di potere nell’ambito di ogni singola segreteria, vi è una ragione di sintesi e di cambiamento che prevale. Una necessità di riconoscere l’avvio di un processo storico-politico di riorganizzazione delle idee e della partecipazione dell’elettorato che le segreterie stesse non possono non percepire. Di tutto questo a farne le spese sono soprattutto i democratici di sinistra, oggetto di un calo significativo dei consensi oltre che della disaffezione di molti intellettuali appartenenti a tale area.

Un partito, democratico e di sinistra, che paga il prezzo di un’ambiguità socialista mai trasformatasi in una socialdemocrazia riformista e moderna in questi anni. Una caduta di consensi efficacemente descritta da Sergio Romano in un editoriale apparso recentemente (20 gennaio 2007) sul Corriere della Sera. Nell’editoriale, infatti, venivano individuati i principali punti di debolezza nella quale versa il partito della sinistra storica italiana. Il primo, nell’essere l’unico partito di sinistra europeo che non è riuscito a coinvolgere, e far convergere, concretamente e ideologicamente, una larga parte del consenso elettorale riformista scomparso nella palude del vecchio centrosinistra. Il secondo, nel non aver avuto il coraggio di essere efficacemente riformista iniziando dall’interno, dalla propria classe dirigente, dalle premesse di partecipazione all’esecutivo e non fermarsi quale contraltare inconsapevole dell’esecutivo, ostaggio di una non maturata responsabilità di governo segnata dalla non piena identificazione della propria leadership con il Paese.

Un distacco che l’elettorato di sinistra percepisce sempre di più. Una visione limitata di una percezione del cambiamento che ha relegato, e mantenuto ferma, la storia della sinistra ideologica italiana ad una formula di sdoganamento formale, ma non sostanziale, mai trasformatasi in un’offerta socialdemocratica consapevole, condivisa. Un’offerta, quella socialdemocratica, che in Europa ha superato la difficile parentesi comunista, l’unica ideologicamente in linea con una domanda elettorale che chiede sempre di più progetti di sintesi e leadership credibili a cui poter dare il proprio consenso. Quel consenso che sarà determinante per affermare la vittoria di chi per primo riuscirà ad offrire all’elettore di domani la miglior sintesi possibile di idee chiare, di programma concreto presentato dalla più coerente formazione proposta all’elettore per governare il Paese.


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