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Foibe: l’onestà intellettuale nel giudicare la storia

L’11 febbraio 2007 il Corriere della Sera intitolava: “Napolitano: Foibe, ignorate per cecità”. Il presidente della Repubblica era intervenuto nel giorno del ricordo delle vittime delle foibe, cavità carsiche nelle quali furono fatti sparire migliaia oppositori soprattutto di nazionalità italiana al regime di Tito. Per il Presidente Napolitano, così come scriveva il cronista, il dramma del popolo giuliano-dalmata fu scatenato “[…] da un moto di odio e furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica […]”. Sempre per l’autore dell’articolo il Presidente italiano aggiungeva che “[…] Non dobbiamo tacere […] assumendoci la responsabilità di aver negato o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica il dramma del popolo giuliano-dalmata […] (un po’ difficile e comprensibilmente imbarazzante per un esponente di un partito vicino nel passato alle cosiddette democrazie popolari come quelle jugoslave parlare di “italiani”) . Una tragedia, sempre secondo il Presidente Napolitano “[…] rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali […]”.

FoibeCi sono momenti nei quali i popoli guardano al passato per ritrovare delle identità proprie che li possano favorire nella ricerca di una piena coscienza di sé. Ci sono fatti, nella storia, che segnano la vita di una comunità, di una cultura che non possono essere abbandonati alle ragioni politiche di opportunismi diplomatici, ancorché necessari per raggiungere un risultato largamente condiviso. Ci sono drammi, nella storia, che dovrebbero unire la comunità nazionale al di là di ogni ragionevole disputa ideologica allorquando la violenza e il sangue versato lasciano, inscindibilmente, un alone di sofferenza e di tristezza per coloro che non sono stati fortunati destinatari di un futuro di pace. Un futuro costruito, nel bene e nel male, con il sacrificio di ognuno.

L’Italia, il nostro Paese, riesce con molta difficoltà a ricondurre in un unico quadro interpretativo momenti, fatti, drammi che hanno segnato profondamente la storia del nostro Novecento. Oggi non si tratta di garantirne il ricordo, per alcuni, solo con leggi che assicurino la persistenza di una memoria sui genocidi di ieri. Oggi non è solo necessario affidare alla tutela “giuridica” l’esecrabilità dell’offesa alla vita e alla dignità di ogni essere umano, responsabile per la sola appartenenza razziale o convinzione ideologica. Oggi non possiamo più servirci della storia per giustificare l’ingiustificabile, affermando che la vergogna delle foibe, il genocidio degli italiani dalmati, sia da valutare tenendo conto del contesto storico, quasi a ridurne, in questo modo, la portata della condanna più di quanto non sia stato fatto per altri drammi di colore diverso.

Non vi sono “contesti storici” che possono influenzare la nostra capacità di giudizio. Non possiamo essere più riduzionisti, né revisionisti tanto meno negazionisti, di fronte a crimini consumati chiaramente contro popolazioni, e, quindi, contro l’umanità quale comunità indistinta. L’analisi storica di un’epoca, quanto delle dinamiche che ne hanno contraddistinto la sua evoluzione, serve solo per interpretare gli eventi e valutare gli effetti. Ma non assolvono tiranni, assassini e criminali di guerra dalle loro responsabilità oggettive, stiano essi da una parte o dall’altra. Il dramma italo-dalmata non può essere interpretato nel contesto storico diversamente dagli altri drammi e genocidi. Esso si aggiunge all’antisemitismo e alla persecuzione ideologica nazista e fascista, alle purghe sovietiche leniniste e staliniane, alle uccisioni di milioni di contadini operate durante il regime maoista sino al dramma armeno e curdo, per non dimenticare quanto avvenuto nelle periferie balcaniche europee nel recente passato.

Non accettare il giudizio oggettivo di oggi, processando una storia per crescere nella storia, significa ancora una volta cercare di rendere relativi eventi e drammi senza denunciare, grazie a precostituiti e comodi alibi storici da entrambe le parti, crimini e vendette che hanno contraddistinto un’epoca di guerra civile dalla quale non ne è uscito vincitore nessuno. Né ideologicamente, né politicamente. Assumersi le responsabilità politiche soprattutto, aggiungendo tanto al giusto discorso del Presidente della Repubblica, significa ammettere una volta per tutte di aver negato sino a ieri, per altrettanta opportunità politica, un genocidio questa volta ai danni di italiani. Significa ammettere di aver dimenticato - in nome di un antifascismo orfano di un comune destino con l’anticomunismo - che celare la verità per pregiudiziali ideologiche non paga nel tempo ma, soprattutto, non favorisce la maturità democratica di un popolo: tutt’altro.

Di fronte a ciò, guardare alle foibe significa guardare nello stesso specchio nelle notti dell’umanità. Quello specchio della storia che accomuna criminali fascisti, nazisti, comunisti ad uno stesso destino facendo si che le loro presunte ideologie siano null’altro che espressione grottesca della stessa identica medaglia: l’annullamento dell’uomo come individuo, persona e cittadino. Uomo e cittadino responsabile di esprimere un pensiero divergente o, ancora peggio, nel caso delle foibe, di essere stato italiano. Italiano quanto basta per difendere nel silenzio di allora un senso di civiltà di cui solo oggi, con difficoltà, ci stiamo riappropriando. Un senso di civiltà che potrà affermarsi processando, finalmente, e una volta per tutte, la storia di ieri per scrivere, anche se con ritardo, la storia di domani.


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