Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Nuove stagioni per vecchi ricordi

Polemiche su polemiche sull’allargamento della base NATO di Aviano. Un senso di ipocrisia verso un atlantismo a cui siamo debitori e poi critici senza pudore.

Gli ultimi giorni ci hanno riservato una serie di eventi che certamente hanno reso più dinamica la vita politica nazionale. Le vicende dei diritti civili, la discussione sul ruolo “militare” dell’Italia in Afghanistan, il senso di identità occidentale, l’idea di appartenenza alla comunità atlantica, la reciproca fiducia tra Roma e Washington che si gioca nella vicenda dell’allargamento della base statunitense di Vicenza e ultimo, ma non meno importante per arricchire la complessità del quadro politico e sociale, la scoperta di una nuova colonna eversiva ripongono all’attenzione politica le ambiguità di sempre.

Ambiguità che non sono state risolte da un’anima cosiddetta riformista. Una coscienza politica che è tale per essere il prodotto ideale, ma non riconoscente, di una dimensione politica democratica nata e maturata in Occidente. Ambiguità celate all’interno di un senso di provvisorietà che non si sono chiarite in nessuna delle due coalizioni e che oggi si ripresentano sul tavolo della politica proponendo tre punti fondamentali della credibilità estera ed interna del nostro Paese. Il primo, il ruolo militare in Afghanistan. L’impegno in Asia Centrale, seppur sotto egida atlantica, sembra diventare la prova del nove per una politica estera ancora strumento di una semplice partecipazione di bandiera.

La realtà è molto diversa e l’opinione pubblica se ne rende conto molto di più delle parti politiche. Il ruolo delle Forze Armate è un ruolo delicato, non riconducibile a regole di ingaggio aleatorie né a meno chiare formule di non guerra che si traducono in una confusa capacità di muoversi sul campo. Al di là delle buone intenzioni, l’impiego delle Forze Armate richiede chiarezza di obiettivi e accettazione dell’uso possibile della forza. Fuori da questi parametri è meglio lasciar perdere, qualunque sia l’obiettivo che si crede di voler conseguire, e affidarsi al giusto senso umanitario di qualche organizzazione non governativa. Il secondo aspetto, l’emersione di uno spirito eversivo che sopravvive all’interno di formule istituzionali di rappresentazione politica di classe

Credo che di fronte a tutto questo ci si debba fermare ancora una volta a riflettere se un modello di democrazia che dimostra, ancora una volta, di non riuscire a far convergere su se stessa interessi sociali diffusi e interessi nazionali condivisi, sia capace di risolvere le proprie contraddizioni interne. Anche in questo caso, infatti, il programma eversivo non nasce da una casualità ideologica. Esso insegue un modello politico alternativo ad un riformismo incerto che cerca di rimodellarsi all’interno di una democrazia borghese che possa affrancarlo dal passato militante e massimalista. Un riformismo, però, che è altrettanto attento a ricercare il consenso più radicale dopo aver annichilito al suo interno prospettive di antagonismo calmierate da ruoli parlamentari. Ed è in questo senso che i presupposti di sopravvivenza di una logica eversiva devono essere colti, nella confusione delle diverse anime riformiste prive di una dimensione di coerenza intellettuale e di pari senso dello Stato nell’evidente alternanza fra coalizioni di governo fondate su interessi di borghesie imprenditoriali di destra e di sinistra.

Un’intesa trasversale, quest’ultima, che matura all’interno di un’assente capacità di progettazione finalizzata a mutare gli assetti sociali del Paese con una riforma concreta e strategica; una riforma che si riproduce nell’incapacità delle idee neoriformiste di utilizzare le risorse inoccupate, di valorizzarle e di orientarle verso una forma di partecipazione democratica al destino del Paese piuttosto che rimanere ostaggio di un anacronistico orizzonte di classe. A tutto questo si aggiunge il terzo aspetto dell’incertezza: un senso antiamericano dell’ultima ora, strumentalmente antistorico per i presupposti, non chiaramente espresso come senso comune di appartenenza ad una comunità, quella atlantica e occidentale nell’interesse del Paese. Una comunità nel cui ambito, e ancora oggi, permette, nella libertà, anche alle anime dissidenti di manifestare contro chi – gli Stati Uniti - è il vero depositario, colui il quale ci ha restituito, nei termini di garanzia e di sicurezza presente, quella libertà di pensiero e di coscienza di cui oggi, in Occidente, tutti noi godiamo. Quella libertà di esprimere un pensiero divergente dalla quale ci si aspetta un contributo di partecipazione e di proposta e non una semplice, sterile, mera contestazione.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.