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Il bipolarismo: un fantasma elettorale

Le crisi di governo, le difficoltà di un esecutivo dimostrate nell’avvio di una legislatura difficile prima o poi ritornano al mittente. Gli effetti di una legge elettorale si ripercuotono negli equilibri interni della maggioranza e della minoranza dal momento che essa determina i ruoli dei partiti più significativi nell’ambito di ogni coalizione. Di fronte a queste considerazioni non resta che analizzare il caso italiano. Un esempio di consapevole confusione che, in verità, dimostra delle patologie evidenti non solo per il modello quanto per la relatività stessa della longevità del sistema prescelto.

È evidente che in Italia il sistema elettorale, per i suoi repentini mutamenti, nonostante le polemiche, in realtà assuma i caratteri di un non problema. Non che non sia una questione da risolvere per difetto di chiarezza di idee in materia. Ma perché, in fondo, e al di là delle dichiarazioni dei singoli leader a riguardo, esso è strumentale alla volontà politica emergente, alla necessità di far sopravvivere spazi di potere interni ai singoli partiti con sistemi di voto volta per volta predefiniti nei risultati e sempre meno aperti al rischio dell’urna. La verità è che, per un attento osservatore, non si può barattare la capacità di sintesi di una legge approvata ad hoc di partiti diversi, e prossimi solo all’occorrenza elettorale, con l’evidente inesistenza di un bipolarismo maturo.

Un bipolarismo che può essere tale se presentato come sintesi storica di idee e di culture politiche che si alternano in maniera democratica come avviene in altre democrazie più antiche, meno partitocratiche, sicuramente più liberali. Il bipolarismo, in Italia, non esiste. Qualunque sia la coalizione votata essa è e rimane una coalizione; ovvero un’associazione temporanea di partiti prossimi per interessi, meno per ideali, che mira a consolidare leadership e far sopravvivere strutture organizzative. Coalizioni, queste, dove le convergenze programmatiche servono, e durano, solo per stagioni favorevoli, ma non nel lungo periodo.

Se il sistema elettorale nella sua concezione e nella sua funzione politica in una democrazia matura rappresenta lo specchio dei processi storici, delle tradizioni, della cultura politica di una comunità, della maturità che la comunità stessa dimostra di aver raggiunto nel dotarsi del migliore e più aderente modello di rappresentatività possibile, allora la sua longevità dovrebbe essere la dimostrazione concreta di essere una formula condivisa dai partiti e dai cittadini. Una scelta tecnica di rappresentatività che, per questo, non può essere messa in discussione secondo formule d’occasione per precostituire la vittoria di un partito o dell’altro; o, ancora peggio per assicurare, mal che vada, l’immutabilità di rendite e privilegi di una classe politica.

In questo senso, di fronte ad un sistema elettorale che ha raggiunto l’apoteosi nell’escludere l’elettore da qualunque scelta sui candidati, nel rispolverare vecchi fantasmi bipolari mai vissuti o perpetuare il presente modello - che assegna all’imperio delle segreterie politiche non solo la compilazione delle liste, ma anche la posizione in lista del candidato che deve aver più possibilità di essere eletto rispetto a colui che lo segue - significa chiaramente non considerare il popolo degli elettori. Un popolo escluso totalmente dal gioco elettorale. Un’esclusione che relega il cittadino a mero notificatore di una proposta altrui.

Di fronte a ciò le considerazioni da fare sono due. La prima, è che la legge di ieri non è riuscita a proporre un bipolarismo vero perché ostaggio di una rendita di proporzionalità finalizzata a non superare il sistema partitico italiano. La seconda, è che la legge di oggi è riuscita, dal suo canto, non solo a perpetuare gli errori della precedente, ma ha consentito a presidenti di partito, alle segreterie, di restare i veri padroni di un’idea, di un movimento annullando, se possibile, ogni capacità intellettuale che potesse manifestarsi come pensiero dissonante con gli intendimenti del leader. Il risultato è che gli errori di ieri hanno difeso la sopravvivenza di un sistema instabile e apparentemente democratico.

Un sistema che difende un pluralismo di struttura, non ideale, dove l’assenza di capacità di soluzione tecnica alla frammentazione partitocratrica rifiuta qualunque possibilità di affidare l’offerta politica a nuovi modelli di sintesi. A modelli ideali di convergenza maggioritari, ad esempio, con un partito popolare e un partito democratico visti questa volta non come strutture gerarchiche organizzate, ma come contenitori di ideali e di programmi condivisi con la base rappresentata. Si potrebbe contare, così, su di una formula democratica, bipolare, che ci permetterebbe di ricondurre la nostra democrazia liberale verso un futuro di libertà e di vera partecipazione politica dell’elettore in un confronto dialettico chiaro senza escludere le stesse minoranze.

Una formula che potrebbe superare la partitocrazia di oggi. La legge elettorale in vigore – quella che si dice di voler cambiare ma che nessuno sembra poi essere deciso a farlo – unendo cespugli di destra e di sinistra sotto leader forti ha risposto oggi solo a dinamiche interne di partito molto vicine a quelle che hanno caratterizzato le democrazie popolari e le nomenklature d’oltre cortina. Democrazie strutturali e nomenklature tanto avversate, ma, a quanto pare, nelle forme e nei modi, ultimamente molto imitate.


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