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Partito Democratico: un risultato scontato

Leggendo i commenti sui quotidiani, ascoltando le interviste dopo la fase congressuale dei Democratici di Sinistra di questi ultimi giorni, sembra davvero che sia cambiato qualcosa nella vita politica nazionale e che ci si approssimi ad una nuova stagione per la sinistra italiana. Ma in realtà, nella spinta in avanti verso il Partito Democratico non vi è nulla di nuovo se non il convincimento di continuare a perdere consensi che i democratici di sinistra hanno visto nelle ultime consultazioni politiche andare verso il centro e, parte, verso le aree estreme di una certa sinistra movimentista sopravvissuta solo in Italia agli effetti del 1989.

La verità è che non si tratta soltanto di decidere in quale contenitore di idee si dovrebbe traghettare l’anima riformista dei democratici di sinistra, oggi neoriformisti e neoliberali ad un tempo, in una sintesi possibile e condivisa con il sentimento cattolico della Margherita. Quanto di scegliere, e così promuovere, un nuovo soggetto che rimescoli il passato e che sia una sintesi accettabile della conversione di orizzonti politici non più distanti tra di loro. Correnti liberali e “correntoni” post-riformisti all’interno della compagine diessina hanno contribuito a chiudere una parentesi storica ideale di un socialismo molto latino, in verità, per aprire ad un’era di compromesso tra centro popolare e sinistra in una formula di programma che dovrà far coesistere la funzione e difesa del capitale, il ruolo dell’individuo in una società sempre più liberale, la religiosità di valori ricondotti ad un possibile laicismo illuminato.

La scelta era comunque obbligata. I democratici di sinistra sarebbero stati, infatti, la formazione più vulnerabile di fronte alla realizzazione di un soggetto unitario neocentrista se ciò fosse avvenuto al di fuori della loro partecipazione. Ne avrebbero pagato un prezzo molto alto in termini elettorali, per poca chiarezza storica, per aver abbandonato, in questi ultimi anni, il proprio sistema di pensiero fondato su basi socialdemocratiche e riformiste, per aver scelto una politica opportunisticamente di mediazione espressa al di fuori di capacità di programma dichiaratamente socialiste. Tutto questo è stato capito tardivamente soltanto perché si è tentato di evitare, per quanto possibile, di mettere in discussione leadership personali e interessi di segreteria, ma oggi si dimostra come una necessità.

In fondo la storia, con i suoi tempi, giudica con chiarezza le ambiguità. Quelle stesse ambiguità che rischiano ancora di pregiudicare il successo di un Partito Democratico o che impediranno alla Casa delle Libertà, se non avrà il coraggio di scegliere la propria sintesi ideale, programmatica e di leadership, di essere l’alternativa possibile in un confronto decisivo per trasformare il sistema politico italiano in un bipolarismo di progetto. Un bipolarismo maturo capace di esprimere una futura, stabile, maggioranza quanto una più credibile opposizione.


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