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Ardite scalate, pericolose discese

Le vicende italiane si svolgono, ormai, tra intercettazioni pubblicate, smentite, polemiche su ingerenze tra i poteri, scalate imprenditoriali condotte senza riserve alcune con prossimità politiche di dubbio gusto e tentativi di legittimare posizioni difficilmente comprensibili dal punto di vista dell’etica politica, se ancora ne resta qualcosa. Tutto questo fa parte, ormai, di una scenografia che tenta di adeguare da tempo la nostra democrazia rappresentativa ad una volontà comune di dipendenza dai partiti. Oggi il Paese è spettatore della crisi di un modello politico fondato sull’ambiguità all’interno del quale personaggi e leadership sopravvivono grazie a sterili dialettiche senza risultato, ad accordi di salotto, in assenza di progettualità politica, senza una visione chiara dell’interesse nazionale.

Ci si trova di fronte a modelli di partito sempre più fermi su posizioni consolidate di potere delle segreterie, che vanno oltre il consenso popolare, che non conoscono lo stato del Paese e, ancora meno, ne capiscono le esigenze e ne gestiscono le necessità. E così, anche per chi volesse ancora oggi esprimere un’idea liberale che si alterna tra liberalismo dei diritti e delle garanzie e che non trova ospitalità né a destra né a sinistra resta difficile comprendere perché una democrazia come quella italiana, nonostante i suoi anni, superando il fascismo e due guerre mondiali, non accredita se stessa. Perché non riesce ad esprimere quella maturità, quello spirito di responsabilità e di servizio che ogni cittadino si aspetta dal proprio rappresentante. Quella maturità e credibilità che la comunità internazionale vorrebbe trovare nei nostri rappresentanti nelle diverse sedi.

Ed è poca cosa credere che non sia così soltanto perché esprimiamo un’immagine buonista e fatta di sorrisi quando, in fondo, a decidere le sorti del mondo, e della vicina Europa, sono altri Stati-partner. Quando è la Germania della Merkel che guida un’idea di diplomazia militante alla quale si accoda il neoeletto presidente francese Sarkozy. La differenza tra noi e gli altri è che l’Italia non affronta scalate su itinerari politici costruiti sull’etica nazionale, sul perseguimento di politiche senza privilegi, superando una comoda frammentazione interna, una funzionale debolezza, una precarietà ideologica che si manifesta sia a destra che a sinistra. Oggi, raggiunto l’apice della disillusione, il vero problema dell’Italia è evitare una deriva senza onore perché ancora incapace di superare particolarismi di potere personale che non possono restituire dignità alla politica.

Ciò non avviene perché significherebbe rinunciare a posizioni di potere consolidate, richiederebbe l’onestà di fare più di un passo indietro per molti e abdicare restituendo alla società civile ogni legittimazione indirettamente assunta da una casta partitocratica. Una partitocrazia che è sopravvissuta e si è alimentata su una singolare percezione di sé, costruita quale risultato di una storia fondata per anni su ambiguità ideologiche e presentandosi con una classe politica consolidatasi nell’immutabilità delle posizioni, delle persone, degli interessi non dichiarati di lobby che non hanno colore o che vanno oltre il colore. Un’ambiguità che ha permesso, anche al di là del proletariato consunto, di far crescere quelle classi politiche antagoniste di ieri imborghesitesi oggi, che non cedono il passo ad un nuovo che non c’è nonostante sia stata superata anche la lunga transizione della sintesi democristiana.

In un paese a legalità vigilata e a rappresentatività cooptata dall’arco politico perennemente in auge, sembra sia necessario costruire una nuova coscienza e una nuova cultura politica. Oggi tocca al cittadino riappropriarsi della politica. Tocca al cittadino controllarne l’operato, impedire che la politica sia sempre di più una sorta di campo privato, il teatro pirandelliano del cimento apparente di idealità smarritesi nella fine delle ideologie massimaliste e nella rivoluzione borghese a sinistra quanto nella deriva neopopulista a destra. In quest’ottica, si risolverebbe la stessa difficoltà della sinistra di raggiungere una sintesi ideologica, e di leadership, per il Partito Democratico quale architettura unitaria e identitaria. Ma si aprirebbe un nuovo futuro anche per la destra che oggi si rispecchia nell’incapacità di superare le proprie contraddizioni interne frutto, com’è, di un mosaico solo italiano tenuto insieme da un sentimento nazional-popolare che sopravvive condividendo i destini di una prospettiva liberale espressa in chiave autonomistica.


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