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Politica e spettacolo

C’è una rincorsa estremamente interessante a contenere gli effetti di una dialettica da palcoscenico che da tempo viene man mano ad essere costruita grazie ad abilità comunicative che si sovrappongono ad un circuito mediatico ufficiale. C’è anche un timore evidente che, attraverso l’immagine di rottura offerta in questi giorni con la proposta movimentista espressa contro un sistema politico reso impermeabile ai cambiamenti, si possa giungere ad una sorta di ennesima protesta da voto alternativo. Un voto antagonista tale da sottrarre consensi, e, quindi, candidature, ad una classe politica che nell’autocompiacersi si è ripiegata su se stessa senza rendersi conto di perdere aderenza su un corpo elettorale mutevole nelle intenzioni, confuso, diviso tra sentimenti di indifferenza se non di manifesta sfiducia.

La verità è che la politica vista da qualunque palcoscenico non è un fenomeno anomalo di una storia mai vissuta. È la manifestazione più evidente, mediaticamente ben strutturata e superficialmente sottovalutata dalle segreterie meno accorte, di costruzione di una leadership contrapposta ad una politica ufficiale che di ufficialità, e consenso popolare, molto ha perso negli ultimi anni. La mancata aderenza dei partiti al corpo elettorale, l’assente condivisione degli obiettivi e delle stesse aspettative dei cittadini ha determinato un allontanamento dal gioco politico degli elettori ritenendo, questi ultimi, la politica ufficiale poco credibile. In questo momento di particolare distacco ogni proposta che sia dotata di diversità trova, purtroppo, un fertile terreno considerata la volontà popolare di affidarsi ad un uomo nuovo.

Un uomo che possa modificare non tanto gli assetti, ma cambiare l’abitudine ad una politica ideologicamente ferma inserendosi a pieno titolo nel gioco di pochi. Presentandosi quale attore ideale all’interno di uno scenario politico poco concludente nelle proposte, spesso poco coerente con quanto dichiarato e quanto dimostrato nei fatti da chi da sempre ne è giocatore indiscusso. Tutto questo segna una profonda ferita in una comunità civile che non riconosce valore ai propri rappresentanti. Una comunità civile che tenta di affidare il proprio sentimento a chi dimostra di capire e di saper gestire le emozioni del momento. Tuttavia, guardando alla storia politica, diverse alternative ad un modello politico ufficiale, sia rivoluzionarie che riformiste, si sono susseguite nel tempo nella formazione dei movimenti.

Nei Paesi di cultura latina, però, l’elemento comune è che in ogni caso anche l’alternatività di una proposta di leadership innovativa si è poi consolidata nell’autoreferenzialità del capo e non nella realizzazione di una leadership orizzontale capace di annullare qualunque tentazione verticistica, e personalistica, nella gestione del potere. La verità che emerge è che il problema risieda nel riuscire a ridefinire i termini del rapporto stesso tra politica e società civile facendo fare un passo indietro alla politica partitocratica. Si tratta di mettere in campo un rapporto nuovo e più maturo di partecipazione dialettica, di rappresentatività. Si tratta di costruire un nuovo sistema di relazioni dove la politica non può che essere una manifestazione di un consenso e di un’autorità rappresentativa di idee e di progetto propria della società civile e, quale parte di questa, del cittadino.

Se così non è, non solo ci si troverebbe di fronte al fallimento della storia dei partiti, ma qualunque nuova proposta politica formulata da un palcoscenico diventerebbe l’ennesimo specchietto per sostituire dei leader con un altro leader e creare una classe politica all’insegna dell’individualità di un capo reiterando, domani, gli errori di sempre. Il modo migliore per assicurare poca longevità ad un’idea e minime possibilità di riforma concreta e definitiva di un modello politico poco dinamico ed in cerca di contributi seri e lungimiranti di idee, di risultati e di giusta onestà intellettuale.


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