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Piccole idee per una “grande” coalizione?

Nonostante le difficoltà che la nazione avverte, sembra che la vita politica italiana rispolveri, ogni volta che si tenti di riorganizzare i termini di governo, o si cerchi di mutare l’ordine della maggioranza con una nuova consultazione elettorale, il problema delle riforme. Riforme che dovrebbero non solo modificare le norme sulle quali si costruiscono gli assetti politici e istituzionali, come le leggi elettorali ad esempio, ma che dovrebbero riorganizzare in chiave di maggior aderenza alle necessità del Paese i poteri attraverso i quali il Paese stesso dovrebbe essere governato. In questo senso non si tratta di sottolineare quanto ci sia di riformabile nel sistema politico odierno.

Ogni partito, ogni leader sembra avere la propria ricetta e i condimenti necessari per rendere la riforma proposta ogni volta appetibile salvo, immediatamente dopo, rendersi conto che il gradimento iniziale non era pari alle aspettative. Ora, guardando alla legge elettorale, all’impossibilità dei cittadini di poter partecipare direttamente all’indicazione di preferenza sul candidato in un sistema non solo di democrazia indiretta, ma indirettamente blindato per volontà comune degli stessi partiti, sembra che la riforma dovrebbe essere necessaria. Dovrebbe, in altre parole, ridefinire i termini stessi di riorganizzare un nuovo sistema partitico fondato sulla costruzione di un arco bipolare che permetta una efficace gestione delle idee e delle capacità di governo.

Per farla breve, un sistema idoneo a garantire maggior stabilità nel tempo all’esecutivo. Una lodevole ambizione. Ma la stabilità significa anche abbattere un senso dialettico del confronto che si modella volta per volta secondo interessi di parte e di partito che sino ad oggi hanno fatto la storia politica della Repubblica. Una storia nella quale le maggioranze, al di la della durata, sono sempre state ideologicamente relative, pronte a disgregarsi al proprio interno dimostrando che l’unità di indirizzo politico di un esecutivo è solo una ragione di principio, ma non sempre un risultato pratico di governo. Le vicende al Senato relative alla discussione sulla legge finanziaria, le altalenanti dichiarazioni all’interno della maggioranza sulle intenzioni di voto, la ricerca di un abbattimento dell’esecutivo da parte dell’opposizione sperando in nuove consultazioni elettorali non sono segnali di maturità politica.

Non dimostrano, in sostanza, la capacità di raggiungere dei gentlemen agreement tra i leader politici finalizzati a scrivere le giuste regole del gioco, proporle ai cittadini e renderle operative. Così, anche il tentativo ecumenico di un dialogo bipartisan deve fare i conti con una frammentazione di interessi immediati, più che di idee, che sono la rappresentazione migliore di una classe politica che continua a vivacchiare come sempre e non rimodella se stessa in termini di idee, uomini e programmi se non nell’ambito di coalizioni di parte. Una continuità, insomma, nella discontinuità fisiologica di un sistema perennemente instabile dove le riforme rappresentano, ancora oggi, la chimera di sempre perché non si sa chi veramente vuole riformare e che cosa, ma, soprattutto come e perché.


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