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Cultura politica

A furia di leggere i giornali di ogni giorno, soffermandosi sulle dichiarazioni dei politici e delle figure dell’esecutivo, tra una scandalizzata rappresentazione del disdicevole ludibrio delle vite private di personalità pubbliche, girotondi di mezza estate e decreti legge che svuotano di qualunque ruolo un potere legislativo ancora non restituito all’iniziativa parlamentare sembra che non vi siano zone franche nelle quali il comune cittadino possa soffermarsi a riflettere sul quotidiano.

Tra un’impennata dei prezzi dei carburanti che denotano una speculazione dei produttori e delle compagnie petrolifere e una serie di immunità stabilite per affrancare dal giudizio cariche politiche già privilegiate nella garanzia da sempre della richiesta obbligatoria dell’autorizzazione a procedere, tutti noi siamo testimoni di un’interpretazione unilaterale, ieri a sinistra e oggi a destra, di una politica sterile, personalistica, svuotata di ogni contenuto di rappresentatività dell’elettorato e del Paese reale. In questo senso, non solo subiamo le scelte programmate a monte dal vincitore di turno e ratificate a maggioranza garantita, ma anche le mancate riforme paventate e non realizzate in passato tra le quali vi era la giustizia.

Subiamo il depauperamento delle risorse e delle capacità produttive di un Paese tra i più popolati dell’Unione europea. Siamo, nostro malgrado, spettatori dell’incapacità, al di là delle dichiarazioni da vertice, di dare corso ad iniziative politiche anche internazionali nel nostro spazio mediterraneo lasciando ad un Sarkozy, pragmatico e meno impegnato in vicende private, una volta risolta la propria vita sentimentale, di affermare una via francese anche in politica estera, dopo che il capitale d’oltralpe ha già conquistato da tempo buona parte dei brand italiani del settore alimentare e non solo. E subiamo, ancora una volta, lo stravolgimento dei significati di termini che rappresentano nella cultura politica occidentale dei valori, dal momento che il Ministero rinominato ormai da anni del “Welfare” non dovrebbe essere solo un ministero del lavoro, ma dovrebbe rappresentare quella garanzia dell’esecutivo di dare piena concretezza alla parola welfare, che sintetizza la natura assistenziale di uno Stato che tende ad eliminare disuguaglianze sociali ed economiche tra i cittadini, aiutando i ceti meno abbienti, meno fortunati, meno dotati di opportunità di accesso.

Il welfare, come il federalismo, il liberismo, è una formula politica che assume in sé un significato preciso, ineludibile. Una politica di welfare, così come un ministero del welfare, dovrebbe fondarsi nella costruzione di un sistema di sostegno alla crescita civile della popolazione e non essere la garanzia di rendita di posizioni dominanti o lo strumento di una riduzione annunciata degli interventi. Una crescita che ha un costo, ma la cui copertura dovrebbe appoggiarsi ad una vera tassazione progressiva dei redditi crescenti e all’utilizzo/reinvestimento in sanità, istruzione, sicurezza ed altro dei gettiti derivanti, ad esempio, dalla lotta all’evasione fiscale. Il welfare è, quindi, una formula di stato sociale è non è, per questo, un’invenzione illiberale: tutt’altro.

Essa rappresenta la più importante conquista della cultura politica europea e l’argine ideologico posto dalle democrazie liberali all’affermarsi ed al consolidarsi dell’offerta comunista in passato. Quella ulteriore conquista di civiltà politica sulla quale si costruisce una democrazia, anche presidenziale ma con meccanismi di tutela e di impeachment che risalgono al 1376 nelle democrazie mature, con la quale la si affranca dal rischio di trovarsi man mano erosa da processi oligarchici debordanti nel controllo di un potere sull’altro per ragioni che non investono certamente l’interesse collettivo e non mantengono fede al principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla sovranità del popolo e della legge.


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