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Alleanza Nazionale: la crisi di un leader

Sconfitte elettorali, caduta di consensi e scandalistiche operette di inizio estate non sono le cause della crisi di identità di un partito. Rappresentano soltanto le occasioni di una riflessione mancata che l’epilogo di un potere effimero ha sciolto d’un colpo sotto gli occhi del popolo di destra. Di quella destra che non è conservatrice, ma neanche liberale in senso capitalistico, tantomeno autonomistica per vocazione. Una destra popolare che nulla ha a che fare con il pasticcio di Forza Italia ma che a quest’ultima si è affidata per accreditarsi senza ricordarsi che molte, troppe, sono le affinità di sistema con gli avversari. Non si tratta di formulare un’analisi scontata, quasi una non novità.

In passato, commentando la visita di Fini in Israele, avevo sottolineato come la prova di memoria non sarebbe stata sufficiente per dare lungo respiro ad un’esperienza di governo che si risolveva nel partecipare ad una coalizione eterogenea, antitetica per storia e per formazione dei leader che la rappresentavano. Alleanza Nazionale ha inseguito il potere con la sistematicità del partito gerarchico ed organizzato rigidamente al suo interno, con una struttura monolitica poco flessibile e che premiava soltanto il funzionario, colui che era espressione di un partito in quanto tale e meno della società civile. Lo stesso leader designato da Almirante ha pari percorso di un D’Alema e i colonnelli della destra poco hanno da distinguersi dai funzionari della sinistra postcomunista.

Alleanza Nazionale ha tentato di presentarsi come una formazione ridefinita in chiave liberale per la conquista del potere ma per il potere. Una conquista avvenuta all’ombra di un leader che ha preferito le sedi di partito e i salotti della coalizione alle piazze. Di fronte a ciò, richiamarsi oggi a valori unitari e ad una questione morale nel partito - come affermare che vi sia poca democrazia al suo interno - sembra una riflessione pleonastica. La verità è che Alleanza Nazionale si trova di fronte ad un’evidente crisi da leadership e di contenuti. Non si tratta di svuotare di significato la svolta di Fiuggi. Tutt’altro. Ma la visione incompleta del ruolo storico del partito nel futuro prossimo non poteva, ne doveva, dipendere dal solo calcolo delle probabilità di vittoria in una consultazione elettorale o nel favorire l’abbandono delle ragioni di unità del Paese affidando una riforma costituzionale ad un’improvvisata squadra di saggi senza titolo.

Alleanza Nazionale paga il prezzo di una contraddizione storica, della sua paradossale collocazione in una destra italiana atipica. Una coalizione che è ad un tempo autonomistica, populista e nazionalista nella quale hanno convissuto anime diverse che trovano contatti soltanto nella dimensione del potere conquistato. In tutto questo, definire la Casa delle Libertà un’esperienza conclusa da parte di Gianfranco Fini significa spostare ancora una volta il problema: la virtualità di una leadership troppo ancorata al potere e meno costruttiva di quella destra conservatrice e nazionale che potrebbe contrapporsi ad una forza riformista, quest’ultima altrettanto eterogenea ma coerente nella storia complessiva di ogni singola componente.

Alleanza Nazionale ha conquistato il potere grazie alle garanzie di Forza Italia. Ma tutto questo non è una questione di riconoscenza. Si tratta di ammettere che il potere può inquinare gli animi, le menti e fa dimenticare il passato. Quel passato che dovrebbe invece avvalorare oggi la necessità di un partito unico a destra come a sinistra. Due dimensioni di sintesi che accolgano al loro interno rispettivamente le anime popolari e riformiste di un paese democraticamente ancora instabile. Non accettare questa domanda della storia significa voler difendere se stessi ed il proprio ruolo, la propria singola leadership nascondendosi dietro formule morali o ripensamenti di facciata rinviando la storia del Paese ad un altro giorno. Peccato. L’occasione di un bipolarismo corre attraverso la maturità degli uomini politici e la valorizzazione di idee e contenuti, non nella conservazione di piccoli feudi personali. Spazi di potere che allontanano nel tempo la speranza di una politica di servizio. Una rappresentazione di comparse che ci costringe ad essere spettatori di una politica sempre più di professione, appannaggio di chi grazie al fare politica cresce, si afferma aspettando che si possa presentare un’altra occasione, una nuova Fiuggi.


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